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SENTIERI INCLUSIVI

Elisa Rossoni e Moira Sannipoli

Fotografare la fragilità

Quando le immagini sono pensose

 

Nell’epoca dell’inondazione di immagini che scorrono impetuose sui nostri schermi e si dissolvono incessantemente in un flusso senza fine, abbiamo avvertito la necessità di condividere in questa rubrica alcuni zampilli di riflessioni sul proliferare di fotografie che rappresentano, in particolare, l’infanzia e la fragilità.

Le stesse metafore utilizzate per descrivere l’inarrestabile diffusione e pervasività della fotografia nel nostro modo di essere e di vivere – si parla di inquinamento iconico, saturazione visiva, esplosione, epidemia delle immagini, annegamento e valanga iconica –, sembrano avvertirci di un’imminente e inevitabile catastrofe visiva, accentuando la sensazione di minaccia e la necessità di un’assunzione di responsabilità dell’agire umano.

Per questo, conviene fermarsi per interrogare le immagini, per provare a guardarle con un’attitudine critica e consapevole, per non lasciarsi annegare e neppure contribuire a generare passivamente altre incipienti tempeste fotografiche. Non abbiamo qui la pretesa di affrontare compiutamente un tema di grande rilevanza (e forse poco discusso in ambito pedagogico), ma ci piacerebbe, come siamo solite fare, indicare sentieri che ogni lettore e lettrice potrà decidere di percorrere spingendosi ancora più lontano o sostare per

“In fondo, la Fotografia è sovversiva non quando spaventa, sconvolge o anche solo stigmatizza ma quando è pensosa (fa pensare, suggerisce un senso diverso da quello della lettera)”

(Barthes, 2003, p. 39)

ripensarsi in profondità. Rivolgiamoci, dunque, alle stesse fotografie, ad alcune immagini artistiche e poetiche di grandi fotografi che hanno saputo indicare altre vie percorribili, che deviano dai consueti cammini e invitano a perdersi, a considerare ogni apparente sbaglio di direzione come un’occasione, un suggerimento, un richiamo silente a oltrepassare i confini delle categorie stigmatizzanti e andare verso mete ignote dell’immaginario.

“Ho sempre considerato la fotografia sconveniente” – ha scritto Diane Arbus, fotografa americana vissuta nel secolo scorso che, dopo essersi allontanata dal mondo borghese e patinato della moda, si è dedicata a rappresentare l’umanità messa ai margini: malfamati, casi limite collocati in ambienti squallidi, “persone patetiche, miserevoli e anche repellenti” (Sontag, 2004, p. 30).

Le fotografie di Arbus colpiscono per la loro dignità, non inducono il nostro sguardo alla pietà, ma “sono state elogiate per un’empatia non sentimentale con i propri soggetti” (ibidem). Il suo obiettivo non era quello di sollecitare un’identificazione con le persone da lei fotografate, ma mostrare gli aspetti fragili e umbratili dell’esistenza, “un mondo nel quale tutti sono stranieri, disperatamente isolati, immobilizzati in identità e reazioni meccaniche e paralizzanti” (ibidem).

Arbus era affascinata da questo mondo proprio perché le persone non sapevano di essere fotografate, era particolarmente attratta dalle persone non vedenti o dalle persone ricoverate negli istituti di igiene mentale perché non hanno idea di come possano essere percepite, “non hanno il potere di controllare come vengono guardate” (Dyer, 2022, p. 66). In questo senso, suggerisce Sontag (2004), il fotografo compie un atto predatorio perché può vedere le persone come non possono mai vedersi rischiando di trasformarle in oggetti simbolicamente posseduti. Arbus è stata spesso accusata di sfruttare i suoi soggetti, di violare intenzionalmente l’intimità umana ma per la fotografa le persone non vedenti o i “freak” non erano oggetti da manipolare, incarnavano invece le dimensioni nascoste e in ombra della sua persona e il suo “desiderio intimo di invisibilità” (Dyer, 2022, p. 67).

Come guardiamo le persone con disabilità attraverso lo sguardo di chi le ha fotografate? Cosa ci dicono le persone con disabilità quando non indossano una maschera davanti all’obiettivo? Negli ultimi anni, come sottolinea una recente ricerca di Straniero (2024), è sicuramente aumentato l’interesse verso la rappresentazione della disabilità come necessità di raccontare e di raccontarsi: sulle piattaforme social, si sono diffuse auto-narrazioni di persone che provano a raccontare la loro condizione di essere umano oltre la disabilità e narrazioni da parte di genitori che raccontano la propria vita con un figlio o una figlia con disabilità (la ricerca di Straniero si riferisce a bambini con Disturbo dello Spettro dell’Autismo).

“In queste pagine i figli vengono esposti – e sovraesposti – ripetutamente per mostrare al pubblico dei followers le difficoltà quotidiane, le gioie di un obiettivo raggiunto, la fatica affrontata per arrivare a quel risultato” (Straniero, 2024, p. 24). Come invita a fare Straniero, è necessario non fermarsi a un primo e superficiale sguardo che potrebbe indurci a pensare che tutte queste immagini e narrazioni abbiano la funzione di diffondere informazioni e conoscenze nel discorso pubblico per superare le paure, i confini delle categorie stigmatizzanti e gli atteggiamenti discriminatori ed escludenti. Occorre mantenersi vigili rispetto agli stereotipi perpetuati e veicolati che si polarizzano nella dimensione di tragicità o di eroismo.

Da una parte, le fotografie e le narrazioni insistono e sottolineano solo gli aspetti deficitari, d’incapacità o di sofferenza, rimandano a una visione medicalizzata e obsoleta della disabilità come tragedia personale che rinforza un atteggiamento pietistico o di rifiuto di chi è differente. Dall’altra parte, la disabilità viene spettacolarizzata quando vince le Olimpiadi o quando rivela capacità geniali e selettive dal punto di vista intellettivo generando forme di discriminazione nei confronti di chi non ha un corpo abile. “In ogni caso, la dinamica che sembra essere messa in atto – e del resto alcuni di questi genitori lo affermano esplicitamente – è quella di normalizzare l’autismo, proprio attraverso un uso sfrontato, senza consenso, dell’immagine dei propri figli, che non parlano mai in prima persona. La normalizzazione, così, rischia di produrre l’effetto contrario, e cioè porre in essere un mostro, riconsegnando la dote di specialità anziché indebolirla o neutralizzarla” (Straniero, 2024, p. 24).

Occorre allora una nuova narrazione, occorre portare l’attenzione alle immagini che mancano: immagini che rappresentano le persone con disabilità nella loro quotidianità, come vivono e si sperimentano nelle molteplici situazioni della loro vita e con quali modalità provano a fare le cose che fanno tutti. A questo proposito rimandiamo ai progetti fotografici di Fabio Moscatelli, Il bambino colorato e Gioele, che provano a rappresentare la quotidianità di un bambino con ipovisione e un ragazzo con autismo. Samuel e Gioele giocano, nuotano, esplorano, fanno esperienze, si incontrano, si sperimentano nella quotidianità di ognuno. “Spesso, mi hanno chiesto cosa tu rappresenti per me. Ecco, Gioele, io ci ho pensato molto, ma alla fine credo che ci sia una sola risposta: tutto, fuorché un soggetto da fotografare”.

PER APPROFONDIRE

Barthes R., La camera chiara. Note sulla fotografia, Torino, Einaudi, 2003.

Dyer G., L’infinito istante. Saggio sulla fotografia, Milano, Il Saggiatore, 2022.

Sontag S., Sulla fotografia. Realtà e immagine nella nostra società, Torino, Einaudi, 2004.

Straniero A.M., “Narrazione e rappresentazione dell’autismo sui social network: normalizzazione o mostrificazione?”, in Pedagogia Speciale e connessioni di cura. Generazioni, legami, famiglie, caregiving. Book of abstract, Lecce, Pensa MultiMedia, 2024.

Elisa Rossoni, docente a contratto, Dipartimento di Scienze umane per la formazione “Riccardo Massa”, Università degli Studi di Milano-Bicocca.

Moira Sannipoli, professoressa associata di Didattica e Pedagogia speciale, Università di Perugia.

 

 

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