My EduBox

Menu

LE PAROLE DELL’EDUCAZIONE

Finzionalità

Riflessioni dal Brasile su una professione
in fase di rielaborazione

 

Veronica Berni

Assegnista di ricerca in Pedagogia generale e sociale, Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione “Riccardo Massa”, Università degli Studi di Milano-Bicocca

 

 

L’etimologia del verbo “fingere” è modellare, plasmare ma anche creare con l’immaginazione, inventare con la fantasia e, ancora, simulare ciò che non è. Cosa c’entra tutto ciò con l’educazione? Riccardo Massa scrive: “Si può dire che l’azione educativa è finzione, che l’esperienza educativa ha un carattere di simulazione anche solo perché è esperienza protetta. Ogni esperienza educativa ha il carattere, e in questo si distingue dalla vita quotidiana, che fa per finta quello che fa” (Antonacci, Cappa, 2001, p. 35). Con queste parole stabilisce un legame tra l’esperienza educativa e la finzione, suggerendo che per comprendere appieno la natura e l’efficacia di un’azione educativa sia necessario riconoscere anche la sua dimensione simulativa. Come il gioco e il teatro, anche l’esperienza educativa crea uno spazio separato dalla vita quotidiana, fondato su regole che ne definiscono la specificità. L’educazione si scopre così isomorfa rispetto al teatro o al gioco in quanto possiede una dimensione di finzione e di creazione di “mondi all’interno del mondo”. Come accade nei sogni, nell’arte o nel teatro, l’esperienza educativa modifica la realtà, la rende altra da quello che è e, attraverso la strutturazione di un nuovo setting, forma e plasma i soggetti che la attraversano. Educare significa quindi allestire un’esperienza magica che non si presenta automaticamente nel contesto della realtà quotidiana: uno spazio/tempo che sospende le regole, i vincoli e le urgenze della vita e che consente di esplorare e sperimentare nuove possibilità. Per questo è fondamentale creare spazi e tempi specifici per l’educazione: ogni spazio, per diventare educativo, deve seguire precise regole e subire una trasformazione, come accade per il teatro e il gioco. Pensiamo per esempio al dispositivo educativo dello scoutismo: grazie alla narrazione finzionale del Libro della Giungla, il cerchio magico dell’esperienza scout dà a tutti i soggetti che vi entrano una nuova identità. I piccoli sono lupetti, gli educatori la pantera Bagheera, il lupo Akela, il serpente Kaa. Questo “diventare altro” ha un carattere fittizio e vale solo all’interno della simulazione pedagogica dentro la quale si fanno esperienze concrete di vita (di gruppo, di avventura, di autonomia). Negli scout l’apprendimento di competenze di vita nasce dalla pratica, ma entro un campo finzionale e protetto che non si limita a “far fare cose”. L’esperienza educativa (scout, ma non solo) offre infatti lo spazio e il tempo per elaborare elementi culturali, cognitivi ed emotivi quotidiani, agendoli di nuovo, facendoli rivivere più intensamente e permettendo di comprendere in profondità sé stessi e il mondo. Così, le uscite di più giorni su cammini impegnativi fanno sperimentare i propri limiti e fanno vivere il reale significato dello stare in gruppo procedendo tutti insieme al passo del più lento. O ancora, il fuoco di bivacco la sera fa sperimentare un rituale di decompressione, condivisione ed elaborazione della giornata prima di abbandonarsi alla notte… e così via. Separandosi dal mondo – che spesso inchioda ruolo e identità della persona sul dato di realtà e sul tempo indicativo – l’esperienza educativa immette i soggetti in una fase di margine e di soglia (Turner, 1986), ovvero lo spazio materiale e metaforico in cui lo statuto delle cose e delle persone cambia, aprendo la possibilità di un salto di realtà e di una evoluzione potenziale. Grazie al “bozzolo protettivo” (Vygotskij, 1981), alla “nicchia esistenziale” (Barone, Mantegazza, 1997) dello spazio finzionale dell’educazione i soggetti attraversano il tempo congiuntivo del “come se” – e ritornano, poi, alla “realtà” del tempo indicativo trasformati. L’esperienza educativa, dunque, istituisce un mondo secondo che consente di giocare tra le polarità della finzione e della realtà per aprirsi a una dimensione di possibilità e di cambiamento autentico. In questo senso è un’area potenziale (ivi): uno spazio trasformativo, germinativo e generativo di nuove possibilità di esistenza in virtù del suo carattere e della sua struttura di finzione.

© Scuola dell’infanzia Casa del Bambino, Ferrara

 

 

BIBLIOGRAFIA

Antonacci F., Cappa F. (a cura di), Riccardo Massa. Lezioni su la peste, il teatro, l’educazione, Milano, FrancoAngeli, 2001.

Barone P., Mantegazza R., La terra di mezzo. Gli elaboratori pedagogici dell’adolescenza, Milano, Unicopli, 1999.

Turner V., Dal rito al teatro, Bologna, Il Mulino, 1986.

Vygotskij L.S., “Il ruolo del gioco nello sviluppo mentale del bambino”, in J.S Bruner, A.Jolly, K. Sylva (a cura di), Il gioco. Il gioco in un mondo di simboli, Roma, Armando, 1981.

Scopri gli altri ruoli della PSLZero6

Attuale