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SENTIERI INCLUSIVI
Elisa Rossoni e Moira Sannipoli
Famiglie speciali nei servizi 0-6
Cercasi venti di speranza
Tenere nella mente e nel cuore le famiglie dei bambini e delle bambine è oggi una necessità. Le ricerche che tentano di fotografare la genitorialità in questo momento storico individuano caratteristiche di fragilità e di possibilità, ma allo stesso tempo mettono in evidenza l’urgenza di un accompagnamento evolutivo e di valore.
Questo sguardo di cura si amplifica di fronte a quei contesti che, a un certo punto, possono trovarsi davanti alla comunicazione di alcune difficoltà da parte di educatori e insegnanti o di una diagnosi dal personale medico-sanitario (Caldin, Serra, 2011).
Non sempre l’incontro con una comunicazione diagnostica o l’avvio di un percorso di valutazione per il proprio figlio sono un’esperienza di sofferenza e disagio: ci sono genitori che, anche grazie ad alcune condizioni personali, ambientali e culturali, riescono a trasformare una fatica in opportunità, una ferita in feritoia.
Quando a fare da padrone sono la paura e la sofferenza, in letteratura si parla di un vero e proprio lutto: il figlio sognato, immaginato, atteso non esiste, non è mai nato. La comunicazione è simile a una ferita di inizio: si annuncia, spesso in maniera anche eccessivamente deterministica, un percorso di vita complesso e a tratti, forse, anche complicato.
“E VERRÀ UN VENTO DI LUCE A SPAZZARE SI PORTERÀ VIA I PENSIERI GIÀ MORTI E QUELLI INUTILI DA RICORDARE LASCERÀ SOLO I PENSIERI PIÙ FORTI QUELLI CHE IL TEMPO NON PUÒ CANCELLARE QUELLI CHE SERVONO A RICOSTRUIRE QUELLI CHE IL TEMPO DILATA, SE CORTI QUELLI CHE IL TEMPO RADDRIZZA, SE STORTI E VERRÀ UN VENTO DI LUCE A SPAZZARE DARÀ ALLE COSE UN NUOVO VALORE”
Giarratano, 2021, p. 45
Nei primi anni di vita, in questa danza tra bambino reale e bambino immaginario, è possibile assumere diverse condotte comportamentali, che vanno conosciute ed esplorate prima di configurare opportunità di avvicinamento e sostegno.
È possibile che si cada nel nascondimento, nella chiusura verso l’esterno e nella difesa assoluta della propria intimità. Ogni occasione di socialità e di relazione è evitata. In altri casi la comunicazione non è facilmente digeribile e, oltre a essere negata, è involontariamente modificata, accomodata nelle forme e nelle modalità che ne permettono un accoglimento tollerabile.
In altre situazioni possono attivarsi inconsapevolmente pratiche di cura caratterizzate da iperprotezione, anticipazione, sostituzione: viste da fuori sembrano errori evidenti che si ripercuotono non solo sulla conquista delle autonomie ma anche sulla costruzione del Sé; scelte da dentro appaiono come le uniche possibilità di relazione esistenti e percorribili, che salvano da sensi di colpa e avvicinano a pensieri di sollievo.
Una lettura non professionale di questi meccanismi potrebbe portare educatori, educatrici e insegnanti ad assumere un atteggiamento molto giudicante nei confronti delle famiglie, viste come inadeguate, incapaci, inadatte. In queste risposte si misura invece la qualità di un intervento che voglia accogliere un orizzonte autenticamente inclusivo. Accompagnare lo spaesamento, il dolore, l’imprevisto richiede una delicata attenzione: un uso attento dei silenzi, delle parole, degli spazi, dei tempi. Indipendentemente da quali possano essere i contesti in cui le famiglie si affiancano, incontrarle nel loro momento implica la costruzione di un legame di fiducia, che è “affidarsi, abbandonarsi e un poco mettersi nelle mani dell’altro, e lasciarsi cogliere e conoscere” (Lizzola, 2014, p. 35).
Dalla fiducia si costruisce l’immaginazione e la possibilità di concepire la propria vita genitoriale e personale oltre la paura e l’inadeguatezza. Da questo punto di vista i professionisti dell’educazione dovrebbero scegliere la speranza come orizzonte di senso: imparare a diventare competenti in ordine al possibile (Scardicchio, 2021). Dentro questo confine non sta soltanto la ricerca delle proprie opportunità, ma anche di traiettorie realmente percorribili. Non si tratta di nutrirsi di illusione, ma di imparare a esplorare con attenzione e coraggio ciò che è davvero riconducibile all’educabilità da un lato e alla sostenibilità dei sostegni dall’altro.
La speranza non è quindi uno “sperare che” ma uno “sperare in”, perché implica un aprirsi con attesa e fiducia all’alterità e alle infinite configurazioni esistenziali che questa può prendere, alle possibilità e alle differenze che ogni vita custodisce e ha diritto a far sbocciare.
Come un professionista educativo può coltivare la speranza nella prima infanzia? Imparare a documentare e raccontare i passi di questi bambini e di queste bambine, a volte piccoli, impercettibili, inaspettati, è essenziale: trattenere memoria di queste tracce e socializzare queste scoperte con i genitori prima e con i servizi socio-sanitari ed eventuali altre agenzie educative poi, significa cominciare a riconoscere un progetto di vita e nominarlo.
In particolare con i genitori va recuperato con forza il valore della “soglia” come spazio di comunione di orizzonti: vivere gli scambi quotidiani, l’accoglienza e il ricongiungimento nei servizi che lo prevedono, come costruzione di una regia di pratiche condivise che fa evolvere gli immaginari e consente di condividere le mediazioni sperimentate con più o meno efficacia e fatica. Non tutto dipende dai bambini e dalle bambine e dalle loro condizioni: possono esserci fattori contestuali che, in maniera dinamica, ostacolano il benessere e la qualità dello stare al mondo o altri che invece ne favoriscono l’espressione. La quotidianità dei servizi offre una lente da non sottovalutare, soprattutto perché ambiente di vita, nella sua complessità di ecologie, di relazioni: è esperienza di vita per intero.
Può capitare che questa costruzione di spazi di speranza incontri delle difficoltà e resistenze da parte tanto dei genitori quanto del personale educativo. Nel primo caso non è sempre detto che si raccolga subito l’orizzonte pedagogico come significativo per molteplici motivi: la comunicazione della diagnosi può aver annebbiato e messo in pausa le prospettive educative; il mondo dei servizi educativi può ancora essere nelle aspettative solo capace di assistenza; il sogno di una sorta di “guarigione” o “normalizzazione” allontana dalle piccole conquiste sempre viste come “troppo poco”.
Anche educatori, educatrici e insegnanti possono cadere nella disperazione: può non essere semplice riconoscere le possibilità dei più piccoli, entrare in sintonia, gestire e sentirsi adeguati rispetto a comportamenti difficilmente inquadrabili, resistere alla tentazione di riparazione. In alcune circostanze può accadere che il personale educativo abbia anche da presentare difficoltà emergenti che, se non adeguatamente comunicate e supportate da resoconti descrittivi aperti, indeboliscono o destrutturano i legami con le famiglie.
È però in queste situazioni che si misura autenticamente la competenza educativa: i contesti faticosi, snervanti, deludenti sono quelli che permettono di imparare a costruire relazioni, a negoziare, a contenere, sintonizzare e bonificare. Sono queste famiglie che permettono di chiederci: “sono capace e pronto a disapprendere quello che credo di sapere per farmi guidare da chi incontro?”.
È in queste domande di senso che abita davvero l’educazione e soffiano venti di luce.
Le immagini si riferiscono ai servizi educativi della cooperativa Il Mosaico Servizi (Lo)
1 Legge 205/2017, commi 594-601, Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2018 e bilancio pluriennale per il triennio 2018-2020.
2 Al momento della scrittura del presente articolo, l’implementazione della legge è in fase di attuazione e i decreti attuativi non sono stati emanati.
PER APPROFONDIRE
Caldin R., Serra F., Famiglie e bambini/e con disabilità complessa. Comunicazione della diagnosi, forme di sostegno, sistema integrato di servizi, Padova, Fondazione E. Cancan, 2011.
Giarratana S., Poesie di luce, Firenze, Giunti, 2021. Lizzola I., L’educazione nell’ombra. Educare e curare nella fragilità, Roma, Carocci, 2014.
Scardicchio A.C., Metabolè. Speranza, resilienza, complessità, Milano, FrancoAngeli, 2021.
L’educazione è un dipanarsi di momenti, spesso molto simili gli uni agli altri, eppure tutti straordinari. Come una luce che entra all’improvviso, o un colore che cambia le cose, sospendendo spazio e tempo e mostrando tutto in un’altra prospettiva. Non serve molto, se non uno sguardo continuamente aperto a cogliere il divenire e a introdurre piccole variabili che evidenzino nuove possibilità. Che poi è moltissimo.
Elisa Rossoni, docente a contratto, Dipartimento di Scienze umane per la formazione “Riccardo Massa”, Università degli Studi di Milano-Bicocca.
Moira Sannipoli, professoressa associata di Didattica e Pedagogia speciale, Università di Perugia.