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Ecopedagogia ed ecodidattica in azione

Narrazioni autobiografiche
verso un apprendimento trasformativo

Giusi Boaretto
Ph.D. in Scienze Educative e Sociali, Libera Università di Bolzano

Abstract

Nel presente contributo, a partire da una narrazione autobiografica stagionale intrecciata alla prossimità con il mondo vegetale, si delineano traiettorie trasformative per l’ecopedagogia e l’ecodidattica. L’esperienza personale diviene strumento per esplorare nuovi linguaggi educativi fondati sulla cura, la multispecies conviviality (convivialità multispecie) e sulle relazioni, in risposta alle sfide ecologiche e pedagogiche contemporanee.

 

Parole chiave

Linguaggi, ecopedagogia,
ecodidattica, relazioni,
pratiche trasformative

Contatti

giusi.boaretto@student.unibz.it

 


“Sulla strada che mi porta a casa, trovo a volte delle piume bluastre di ghiandaia, esplosioni d’azzurro. È molto poco quello che faccio. Cerco di raccogliere delle cose poverissime, apparentemente inutili, e di portarle nel linguaggio. Perché credo soffriamo di un linguaggio che è sempre più ridotto, sempre più funzionale. Abbiamo reso il mondo estraneo a noi stessi, e forse ciò che chiamiamo poesia è solo riabitare questo mondo e addomesticarlo di nuovo. [...] Abitare poeticamente il mondo o abitare umanamente il mondo, in fondo, è la stessa cosa”

(Bobin, 2019, p. 13)

Christian Bobin, scrittore e poeta dei frammenti minimi, della contemplazione, del linguaggio delicato dell’essenziale, della relazione non violenta, e che ha posto al centro della sua poetica il prendersi cura delle parole e dei luoghi, reali e immaginari, nel volume Abitare poeticamente il mondo. Le plâtrier siffleur (2019) sostiene che la poesia sia l’arte della vita, ossia una pratica di relazione con il mondo. La poesia, afferma l’autore, è profondamente connessa con la cura, intesa come gesto di attenzione nei confronti dell’alterità, il quale implica il rispetto, l’empatia, l’ascolto attivo, la tenerezza, e il superamento dell’ego. Nelle sue opere Bobin ci consegna, come ricorda anche la pedagogista Sara Costanzo (Bobin, 2019), una pedagogia dell’ascolto e della ricezione fondata sul quotidiano esercizio dello sguardo contemplativo e non dominante. Nella citazione riportata in apertura sono raccolti e legati assieme alcuni concetti fondamentali: linguaggio, mondo, estraneità, addomesticamento, abitare, inutilità, relazione, alterità. In questa breve riflessione, si propone una narrazione autobiografica come punto di partenza per esplorare un processo di ri-abitazione del mondo. Attraverso il racconto di un’esperienza personale, si intendono delineare alcune possibili traiettorie per un percorso trasformativo ispirato ai principi dell’ecopedagogia e dell’ecodidattica. L’obiettivo è offrire spunti per ripensare la relazione educativa con il mondo vegetale, nella prospettiva dello sviluppo di nuovi linguaggi poetici, capaci di coniugare cura, consapevolezza ecologica e dimensione estetica dell’esperienza.

IMPARARE NUOVI LINGUAGGI: VERSO UNA NUOVA ALLEANZA EDUCATIVA CON IL VIVENTE

In un mondo segnato da crisi ambientali, disuguaglianze sociali e rapidi mutamenti globali, l’educazione è chiamata a svolgere un ruolo trasformativo. Superare le logiche frammentate della trasmissione di saperi disciplinari per abbracciare una prospettiva sistemica, etica e relazionale significa, però, ridefinire il senso stesso dell’insegnare e dell’apprendere.

L’adozione di un paradigma che integri sostenibilità, giustizia sociale e apprendimento trasformativo potrebbe creare, dunque, lo spazio per co-educare individui e comunità in grado di affrontare la complessità del presente. Tuttavia, tale trasformazione richiede una revisione profonda dei sistemi educativi, spesso ancorati a modelli lineari, gerarchici e antropocentrici, e la promozione di una visione del mondo in cui il benessere umano è inseparabile da quello planetario.

In questo contesto, l’ecopedagogia e l’ecodidattica si propongono come approcci educativi capaci di promuovere lo sviluppo di nuovi linguaggi e modi di abitare il mondo, orientando insegnanti, educatrici ed educatori verso pratiche didattiche più consapevoli, critiche, partecipative e multispecie.

Ecopedagogia: educare oltre l’umano

L’ecopedagogia, ispirata alla pedagogia critica di Paulo Freire (Misiaszek, 2020), emerge come risposta teorica e operativa alle crisi socio-ambientali contemporanee. Essa promuove un’educazione orientata alla giustizia ecologica e sociale, capace di stimolare una riflessione critica sulle interconnessioni tra le azioni umane, l’ambiente e le disuguaglianze globali.

A tal proposito, l’insegnante e botanica Robin Wall Kimmerer, nel suo libro del 2015 – il cui titolo tradotto è “Intrecciare l’erba dolce: saggezza indigena, conoscenza scientifica e insegnamenti delle piante” – suggerisce l’importanza di una relazione educativa fondata sull’ascolto e sulla reciprocità con il mondo naturale, vegetale nello specifico, in cui le altre forme di vita siano riconosciute come co-costruttrici di conoscenza.

Relazione, reciprocità e ascolto sono i principi che contraddistinguono l’ecopedagogia, che si fonda su due pilastri: il valore attribuito al definire una cornice teorica chiara, fondamentale per contestualizzare l’agire educativo all’interno delle dinamiche ecologiche e sociali, e la trasformazione delle istituzioni scolastiche in spazi democratici, collaborativi e orientati alla co-costruzione del sapere.

In questo orizzonte, la riflessione di Luigina Mortari (2015) sulla cura come principio etico-educativo diventa centrale, così come il concetto di umanesimo ecologico proposto da Mirca Benetton (2018), che invita a ripensare il ruolo dell’essere umano come responsabile e solidale nei confronti di tutte le forme di vita. Lo sviluppo di una sensibilità ecologica, possibile se si iniziano ad accorciare le distanze – fisiche ed emotive – dall’alterità del mondo oltre-che-umano, si costituisce quindi come il principale contributo a una trasformazione culturale profonda.

Per queste ragioni, Greg William Misiaszek (2020) – uno dei principali studiosi di ecopedagogia – sottolinea l’importanza di un’educazione capace di generare riflessività critica e azione sociale. In questo quadro, dunque, l’ecopedagogia si configura proprio come un dispositivo educativo complesso e multidimensionale, che orienta verso una giustizia estesa all’oltre-umano, promuovendo una visione comunitaria e planetaria dell’educazione.

Ecodidattica: un paradigma relazionale per la pratica educativa

Complementare all’ecopedagogia, l’ecodidattica si concentra sulla ridefinizione delle pratiche didattiche quotidiane attraverso il paradigma della relazione. Fondata sugli studi di Raffaella Carmen Strongoli (2021), essa mira a promuovere un’alfabetizzazione ecologica capace di coniugare teoria e prassi, conoscenza e azione. L’ambiente, in questa prospettiva, non è più concepito come uno sfondo neutro, bensì come un agente attivo, con cui entrare in relazione per costruire significati educativi condivisi.

In tale direzione, l’ecodidattica si distingue proprio per il suo valorizzare le esperienze estetiche in quanto catalizzatrici di apprendimento trasformativo: come afferma Margaretha Häggström (2020), i processi educativi coinvolgono la dimensione percettiva e sensoriale, generando una conoscenza che è al tempo stesso cognitiva, emotiva e relazionale. Le esperienze dirette con la natura diventano così occasioni per sviluppare consapevolezza e connessione profonda con il vivente.

Un contributo interessante all’ecodidattica viene dall’approccio eco-femminista che, integrandosi a tale teoria, pone le basi per la riflessione rispetto alla necessità di rifiutare le gerarchie esistenti imposte – in primis quella che situa l’essere umano in cima alla piramide dei viventi – e promuove una visione della vita come rete interdipendente. Tale aspetto trova riscontro anche nella ricerca scientifica. Gli studi di Maturana e Varela, ripresi da Strongoli (2021), evidenziano infatti come la cooperazione e la pluralità siano elementi costitutivi della vita stessa. In questo senso, la diversità diventa una risorsa per apprendere e per costruire mondi più equi.

Mettendo in campo tali considerazioni teoriche, l’ecodidattica propone un’analisi e riflessione innovativa sugli spazi educativi. In particolare, l’ecodidattica invita le scuole e le università a ripensare i propri ambienti in termini ecologici e relazionali, favorendo l’integrazione tra contesti naturali e culturali. In questa direzione, ogni spazio educativo può diventare un laboratorio di sostenibilità, dialogo e trasformazione.

Ecopedagogia ed ecodidattica offrono, dunque, a insegnanti, educatrici e educatori strumenti teorici e pratici per ripensare l’educazione come processo etico, estetico e politico. Esse ci invitano a costruire una nuova alleanza con il mondo vivente, fondata sulla cura, sull’ascolto e sulla corresponsabilità. Educare alla complessità significa proprio questo: formare cittadine e cittadini capaci di abitare il mondo con consapevolezza, responsabilità e immaginazione. In un tempo che richiede coraggio e visione, tali approcci non rappresentano soltanto un’alternativa pedagogica, bensì una necessità urgente per costruire futuri sostenibili e giusti per tutte le forme di vita.

PRATICHE DI TRASFORMAZIONE PERSONALE

“Per farci un’idea / ogni cosa andrebbe vista di giorno / e di notte. Poi di pioggia, di nuvole, sole e arcobaleno, quando abbiamo perso il lavoro / e quando incontriamo l’amore. / Nei giorni senza speranza, in quelli ricchi di immotivata gioia / e in quelli che abbiamo un anno in più. / Dopo / bisognerebbe aspettare tutte le stagioni. / La parola prima della chiusura di questo cerchio / lascia il tempo che abbiamo nel cuore”

(Pachetti, 2024, p. 18).

Nel processo di studio della teoria dell’ecopedagogia e dell’ecodidattica, ho sentito la necessità di avvicinarmi in maniera personale ai linguaggi e ai modi di abitare la Terra da esse suggeriti. In particolare – e in relatione al retroterra di esperienze, interessi, e studi –, la mia curiosità e le mie azioni si sono rivolte al mondo vegetale e a sperimentare delle modalità di riabitare il mondo attraverso le piante.

Nel corso di un periodo segnato da transizioni personali e spaziali costanti, il contatto quotidiano con le piante, da interno e da esterno, ha dischiuso una via per pensare e praticare una ri-abitazione del mondo fondata sulla prossimità multispecie. L’osservazione attenta della plantiness (Subarna, 2024), ovvero dell’insieme di qualità materiali e culturali che rendono le piante agenti attivi nel tessuto sociale, ha stimolato una riflessione ecopedagogica trasformativa radicata nella dimensione ecologica dell’esistenza. Tale riflessione è stata guidata dalla lettura dei volumi di Francesca Pachetti, educatrice e contadina-scrittrice, le cui parole invitano al lavoro su se stessi attraverso la relazione con le stagioni.

Autunno (2024), Inverno, Primavera ed Estate (2025) hanno rappresentato per me un orizzonte di senso grazie a cui dar vita a un processo trasformativo stagionale tra esperienza e teoria. Autunno è un trasloco, afferma l’autrice, un momento di sradicamento, simbolico e concreto, che lascia stanze vuote e identità temporaneamente sospese. In tale interstizio, le piante si sono configurate come presenze resistenti, capaci di creare continuità e senso. Osservare, ripensare, portare con me le dieffenbachie, i ficus, le edere, e tutte le presenze che sono compagne di vita da anni, è stato un gesto di cura e, al tempo stesso, un atto pedagogico. Questi vegetali, spesso relegati a sfondo decorativo, si sono rivelati portatori di agency nella mia quotidianità: architetti silenziosi dello spazio, mediatori affettivi e culturali, testimoni della trasformazione. Con agency intendo la loro capacità di influenzare attivamente il mio modo di abitare, sentire e pensare lo spazio, pur nella loro apparente immobilità.

Durante l’inverno, nel ciclo rallentato della vita vegetale, ho riconosciuto un ritmo alternativo al tempo performativo umano. Alcune piante hanno perso le foglie, altre sono sopravvissute grazie a cure minime, restituendomi l’idea di una multispecies conviviality che non si fonda sulla produttività, ma sulla coesistenza resiliente. Questa convivenza ha avuto valore epistemologico: mi ha insegnato che l’apprendimento ecopedagogico è possibile solo se si accetta di abitare anche le stagioni di stasi, di attesa e di vulnerabilità. Non sono uscita dall’inverno nello stesso modo in cui ci sono entrata. L’arrivo della primavera, la riemersione di foglie, fiori e germogli ha assunto il senso di un invito a reinserirmi nel mondo con rinnovata partecipazione sensibile.

Il giardino della casa di famiglia e il campo della nuova famiglia, ricco di filari di alberi da frutto e di ortaggi che emergono dalla terra, hanno favorito l’instaurarsi di nuove relazioni umane e vegetali: lo scambio di frutta, i racconti sui cicli delle piante, le pratiche di cura e raccolta collettive. Ciò che nasce nell’incontro, viene diviso tra tutte le parti, umane e oltre-che-umane. Tali dinamiche hanno rafforzato un senso di appartenenza bioregionale, inteso come forma di conoscenza situata, in opposizione a visioni estrattive e disincarnate del territorio. Praticare la cura del luogo attraverso le piante ha significato anche riconoscere le dimensioni politiche dell’ecologia: il modo in cui certi vegetali vengono definiti invasivi, sacri, indigeni o erbacce non è neutro, ma riflette determinate relazioni di potere come dimostrato dalla vegetal political ecology, un approccio che riconosce alle piante un ruolo attivo nei processi ecologici e sociali. Non più solo sfondo o risorsa, ma presenze capaci di influenzare ambienti, relazioni e pratiche umane.

Questo percorso esperienziale suggerisce alcune traiettorie trasformative per l’ecopedagogia e l’ecodidattica: restituire agency alle piante nei contesti educativi – possiamo parlare, dunque, di qualsiasi contesto – non solo come oggetti di studio, bensì anche come co-agenti nelle pratiche di apprendimento; promuovere la prossimità multispecie, creando ambienti educativi che valorizzino la cura, l’osservazione e il dialogo interspecie; decostruire le narrazioni egemoniche legate alla botanica coloniale, favorendo approcci decoloniali e bioregionali che riconoscano i saperi locali; ritmare l’apprendimento secondo le stagioni, includendo l’attenzione al tempo biologico e simbolico della natura nei curricoli e nelle metodologie. In sintesi, vivere accanto alle piante, ascoltandone il tempo, condividendone i limiti e le potenzialità, ha aperto un varco verso un apprendimento trasformativo. Riabitare il mondo poeticamente, oggi, implica anche saper abitare il ritmo delle foglie che cadono e dei germogli che tornano, intrecciando sapere, corpo e terra in una pedagogia lenta e radicata.

BIBLIOGRAFIA

Benetton M., Diffondere la cultura della sostenibilità: ecopedagogia a scuola fra vecchi e nuovi paradigmi educativi, in “Pedagogia oggi”, vol 16, n. 1, 2018, pp. 291-306.

Bobin C., Abitare poeticamente il mondo. Le Plâtrier siffleur, Otranto (Le), AnimaMundi, 2019.

 

Häggström M., Aesthetical experiences in direct nature meetings. A phenomenological study on experiences of forest, plants and education, in “Environmental Education Research”, vol. 26, n. 12, 2020, pp. 1787-1788.

 

Kimmerer R.W., Braiding Sweetgrass: Indigenous Wisdom, Scientific Knowledge and the Teachings of Plants, Minneapolis, Milkweed Editions, 2015.

Misiaszek G.W., Ecopedagogy. Critical Environmental Teaching for Planetary Justice and Global Sustainable Development, Londra, Bloomsbury, 2020.

 
 

Mortari L., Filosofia della cura, Milano, Raffaello Cortina, 2015.

 

Pachetti F., Autunno, Otranto, AnimaMundi, 2024.

Pachetti F., Estate, Otranto, AnimaMundi, 2025.

Pachetti F., Inverno, Otranto, AnimaMundi, 2025.

Pachetti F., Primavera, Otranto, AnimaMundi, 2025.

Strongoli R.C., Verso un’ecodidattica. Tempi, spazi, ambienti, Lecce, Pensa Multimedia, 2021.

Subarna D., Plantiness, Multispecies Conviviality and Changing Human-Plant Geographies, Plant Perspectives, vol. 1, n. 1, 2024, pp. 71–95.

 

 

 

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