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SENTIERI INCLUSIVI
Elisa Rossoni e Moira Sannipoli
Diventare fratelli e sorelle quando tutto profuma di fragilità
I siblings nell’infanzia
Ogni relazione nella vita di una bambina e di un bambino è importante. Le prime interazioni coinvolgono inizialmente i genitori, i nonni, gli zii, i fratelli, le sorelle e poi, gradualmente, i legami con i pari acquistano sempre maggiore centralità.
Il rapporto di fratellanza e sorellanza è, tra le relazioni umane, una delle più significative e durevole: vi si intrecciano allo stesso tempo sentimenti di attaccamento, confidenza e competizione, protezione e conflittualità. Può accadere che questo tipo di esperienza si confronti con la presenza di un fratello o di una sorella con disabilità. La letteratura sui siblings, questo è il termine che si usa per definire i fratelli e le sorelle di persone con disabilità, chiede oggi al mondo educativo di allargare lo sguardo anche verso chi non vive direttamente una condizione speciale ma ha in comune affetti, legami, sfide evolutive (Farinella, 2015).
I siblings vivono la stessa generazione dei fratelli e costruiscono il loro “essere persone” in termini di carattere e personalità, confrontandosi quotidianamente con il tema della disabilità e con un contesto familiare sottoposto spesso a particolari fatiche o comunque a dinamiche inedite. Sperimentare una relazione fraterna con una persona che ha delle difficoltà abbraccia un periodo lungo della vita e inizia di solito molto presto.
“MAMMA DICEVA CHE AMARE UN FRATELLO NON VUOL DIRE SCEGLIERE QUALCUNO DA AMARE; MA RITROVARSI ACCANTO QUALCUNO CHE NON HAI SCELTO E AMARLO. ECCO, SCEGLIERE DI AMARE, NON SCEGLIERE LA PERSONA DA AMARE. MA IO NON CI RIUSCIVO. PERCHÉ ERO IO CHE AVEVO BISOGNO DI ESSERE AMATO”
Mazzariol, 2016, p. 159
L’errore più grossolano che si possa commettere è pensare che i siblings percepiscano e vivano la disabilità allo stesso modo degli adulti: se la relazione fraterna concorre alla costruzione dell’identità, questa rappresenta un’esperienza sicuramente diversa, che può portare a esiti molto variabili in ottica di benessere sociale e psicologico. Molti di loro hanno costruito la loro vita a prezzo di grandi fatiche emotive e relazionali (Cinotti, 2021). Nella prima infanzia e in età prescolare i bambini sono portati spontaneamente a offrire aiuto e protezione ai fratelli e alle sorelle con disabilità, anche se in questa fase essi rivestono un ruolo marginale nell’accudimento, responsabilità ricoperta interamente dai genitori. Inoltre, essi sono capaci di confortare e incoraggiare e, rispetto agli adulti, manifestano una maggiore capacità di comprendere le prime espressioni verbali e i gesti. Una caratteristica dei siblings in questa fase di sviluppo è costituita dal fatto che non comprendono del tutto o hanno un’idea molto limitata della problematica presentata dal fratello o dalla sorella. Nei primi sei anni di vita il bambino ha un’immagine della realtà prettamente egocentrica e una strategia d’indagine cognitiva che fa riferimento quasi unicamente al pensiero concreto (per ciò che lo consente) e quello magico per dimensioni di difficile esperibilità. Questo fa sì che i bambini, qualora non vedano dei sintomi particolarmente evidenti della disabilità del fratello o della sorella, non sappiano darsi una spiegazione alle tante cure che i genitori rivolgono. L’unica soluzione alla quale pervengono, se non adeguatamente accompagnati, è la preferenza genitoriale per l’altro figlio e un amore minore nei loro riguardi. Nel momento in cui inizia a capire che c’è qualcosa che non va, il fratello “sano” potrà pensare che il fratellino o la sorellina sia stato punito per aver fatto qualcosa di sbagliato, oppure che i genitori si siano comportati male e che la loro colpa si sia riversata su di loro. Altre volte ancora possono ritenere sé stessi, per via della loro prospettiva egocentrica, come i diretti responsabili del problema. Il mondo dei servizi 0-6 può quindi trovarsi davanti a bambini e bambine che potrebbero assumere comportamenti differenti. Potrebbe esserci il bambino “che fa il genitore”, colui che, in modo sproporzionato rispetto alla sua età, si comporta come un piccolo adulto, assumendosi compiti e responsabilità di accudimento e controllo.
Questo atteggiamento viene letto spesso come un segno di maturità ma può invece celare un falso sé. Potrebbe esserci il bambino che fa il “figlio unico”, colui che tende a estraniarsi dai problemi familiari spostando il focus d’interesse all’esterno della famiglia, cercando sempre di pensare che l’altro non esista. Il sentimento sottostante all’assunzione di questo ruolo è la vergogna legata alla presenza in famiglia di una situazione considerata “indicibile”, impresentabile e in qualche modo pericolosa. Potrebbe esserci il bambino “che non vuole crescere”, in costante posizione di bisogno, aldilà delle esigenze reali, allo scopo di attirare l’attenzione delle figure di riferimento, un voler far propria una condizione di debolezza alla quale, a suo dire, corrispondono dei vantaggi. Il vissuto prototipico dei siblings è quello in cui si mescolano sentimenti confusi: solitudine, paura, incertezza nell’ambito relazionale-affettivo e ciò potrebbe generare difficoltà nella vita adulta ma anche incertezza nelle relazioni in generale. I sintomi di una chiusura relazionale potrebbero essere la timidezza e le poche amicizie, la fatica nell’esperire fiducia.
Molto proficuo per questi bambini e bambine potrebbe essere l’attuazione di un percorso individualizzato o di gruppo che permetta di nominare i vissuti e i sentimenti e scardinare queste paure così da creare un contatto diverso e un immaginario altro. Si dovrebbe passare da una fase di spiegazione (in cui si cerca di permettere la comprensione, in base all’età, di alcuni modi di comunicare e comportarsi del fratello o della sorella) a una fase di partecipazione alla vita dell’altro nei modi e nelle forme più adeguate, fino alla capacità di saper chiedere uno spazio personale di ascolto, rifugio, separazione senza sentirsi sbagliati. La riflessione sui fratelli e sulle sorelle speciali dimostra ancora una volta che le dimensioni inclusive sono molto più ampie di quello che si possa pensare: chiamano in causa “intorni” che non devono essere riparati ma accompagnati con cura. Non si tratta allora di occuparci di alcuni prolungamenti che derivano da situazioni speciali ma imparare a cogliere la complessità delle connessioni che abitano le relazioni, i contesti, le pratiche. Non siamo di fronte a temi-isole ma a qualcosa che assomiglia più a una costellazione e che, fin da subito, chiede sguardi e ascolti oltre i confini che di solito demarcano la tanto ricercata, quanto pericolosa, normalità.
Elisa Rossoni, docente a contratto, Dipartimento di Scienze umane per la formazione “Riccardo Massa”, Università degli Studi di Milano-Bicocca.
Moira Sannipoli, professoressa associata di Didattica e Pedagogia speciale, Università di Perugia.
PER APPROFONDIRE
Cinotti A., Sorelle e fratelli nella disabilità. Dimensioni esistenziali e scenari educativi, Brescia, Morcelliana/ Scholé, 2021.
Farinella A., Siblings: essere fratelli di ragazzi con disabilità, Trento, Erickson, 2015.
Mazzariol G., Mio fratello rincorre i dinosauri. Storia mia e di Giovanni che ha un cromosoma in più, Torino, Einaudi, 2016.