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Le parole dell’educazione
Disegno
Gianfranco Staccioli – Professore a contratto Università di Firenze, Presidente Museo della Scuola, Segretario Nazionale FITCEMEA

Nella crescita di un bambino ci sono delle attività ricorrenti, comuni a tutti, probabilmente da sempre esistite. Fra queste c’è il disegno. Tracciare dei segni su una superficie, sulla sabbia o su una superfice solida corrisponde al piacere di essere, di agire, di meravigliarsi, di scoprire la varietà e la bellezza dei segni. A un certo momento, le linee e le forme che emergono permettono ai bambini di associare le figure bidimensionali alle cose o a persone ed eventi. Corrado Ricci (1887) in Italia è considerato uno dei primi intellettuali che ha posto attenzione al disegno infantile e al rapporto fra le immagini dei bambini e quelle degli artisti. Da allora l’interesse per questa forma di espressione infantile ha seguito direzioni diverse: dagli studi sul rapporto fra disegno e psiche (psicanalisi), a quelli che legavano le produzioni allo sviluppo cognitivo (stadi rappresentativi) o a quello intellettuale (test grafici) o alla percezione (teoria della gestalt); dagli studi che legavano il disegno all’arte adulta (arte infantile), alla creatività, al comportamento emotivo (psicologia clinica) o al suo uso terapeutico. Negli ultimi anni si è sviluppato un maggiore interesse verso il disegno come sistema di rappresentazione delle informazioni in relazione a esperienze, pensieri, emozioni, attese, preoccupazioni, emozioni del disegnatore.
Da qualunque parte lo si guardi, il disegno infantile rappresenta per un bambino una grande sfida comunicativa che si articola almeno su due livelli. Il primo consiste nella scoperta che certi segni che si vedono sulla carta o sulla superficie sulla quale sta disegnando, assomigliano a qualcosa di “reale”. Quelle che appaiono sono figure che alludono, che “stanno per”, segni che fanno pensare a qualcosa o a qualcuno, immagini che presentano somiglianze con il mondo visibile. I bambini dicono “ho fatto la mamma”, oppure “la casa”. Gli adulti di solito confermano o danno indicazioni su come rappresentare “meglio” un viso o una casa. Si tratta in questo primo livello di un uso del disegno come “rappresentazione della realtà”, dove per realtà si intendono le cose che “si vedono”, siano esse reali o fantastiche.
C’è anche un secondo modo per avvicinarsi alla sfida comunicativa dei bambini: riconoscere che la “realtà” è certo anche quella esterna, ma che il bambino vuol rappresentare una realtà “personale”, quella esperita, quella complessa delle sue riflessioni, delle sue emozioni, delle sue percezioni. Come si possono rappresentare le cose che non si vedono? Come dare forma ai pensieri, alle vibrazioni, alle memorie che si accavallano con le attese e con i ricordi? Queste difficoltà non vengono espresse verbalmente dai bambini e, di solito, non sono neppure chiare a loro stessi. Eppure essi desiderano e cercano di comunicare agli adulti, attraverso il disegno, non solo le “cose” visibili, ma anche quelle assai più complesse, “invisibili”, che costituiscono un’esperienza diretta e partecipata.
La realtà è intricata, profonda e in costante movimento e cambiamento. Rappresentarla per comunicare a qualcuno ciò che si è vissuto non è semplice e non ha limiti. Da qui la necessità, per chi si occupa di educazione, di accettare lo sforzo comunicativo dei bambini, accogliendo la “relatività” delle immagini e la presenza di “invisibili” difficili da decifrare e rappresentare. Questa accoglienza è oggi indispensabile per non far perdere ai bambini e alle loro produzioni quelle comunicazioni meraviglianti che erano già presenti nei primi tracciati infantili.
Bibliografia
Dallari M., Pastrocchi, macchie, scarabocchi. Il linguaggio grafico-pittorico da 0 a 3 anni, La Nuova Italia, Firenze, 1988.
Giani Gallino T., Il mondo disegnato dai bambini. L’evoluzione grafica e la costruzione dell’identità, Giunti, Firenze, 2008.
Pinto G., Te lo dico con le figure. Psicologia del disegno infantile, GUS Giunti, Firenze, 2012.
Pizzo Russo L., Il disegno infantile. Storia, teorie, pratiche, Aesthetica, Palermo, 2015.
Staccioli G., Pensieri colorati. Le bambine e i bambini raccontano con il disegno, Edizioni Junior-Bambini Srl, Reggio Emilia, 2018.
Per approfondire
• Biffi E., Cosa può fare ed essere un bambino oggi? Riflessioni pedagogiche sul contributo dell’infanzia nella
società contemporanea, in “Pedagogia oggi”, vol. 16, n. 2, 2018, pp. 205-226.
• Cavarero A., Tu che mi guardi, tu che mi racconti, Milano, Feltrinelli, 1997.
• Montà C., Children’s education for participation in public, formal and structured decision-making
processes. Moving between policy and practice, Roma, Armando Editore, 2022.
• Rinaldi C., Giudici C., Krechevsky M. (a cura di), Rendere visibile l’apprendimento, Reggio Emilia, Reggio