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Dialogare con i genitori in contesti educativi multiculturali
LE ASSEMBLEE
a cura di Ivana Bolognesi

ABSTRACT
L’articolo presenta alcune riflessioni ed esperienze inerenti l’assemblea con le famiglie. Sono descritte varie criticità che caratterizzano questo incontro e proposte delle attività che hanno l’obiettivo di potenziare la partecipazione dei genitori e rendere possibile la costruzione di un dialogo tra le culture familiari e le culture pedagogiche dei nidi e delle scuole dell’infanzia.
PAROLE CHIAVI
Genitori, assemblee, dialogo, partecipazione, culture familiari
ACCOGLIERE I GENITORI
L’accoglienza e la conoscenza dei genitori nei servizi per la prima infanzia è un percorso che si costruisce nel corso del tempo grazie ai contatti quotidiani e all’organizzazione di incontri formalizzati, come l’assemblea e i colloqui, che hanno tra i principali scopi quello di fornire informazioni sul progetto educativo dei servizi e di costruire una relazione di fiducia con le famiglie. In questo articolo è analizzata l’assemblea, i suoi obiettivi e modalità comunicative unitamente alla descrizione di alcune attività che possono rendere questo incontro maggiormente partecipativo. In genere le assemblee sono incontri proposti dal personale educativo che intende informare i genitori su tutto ciò che riguarda la vita dei bambini al nido o alla scuola dell’infanzia. Il passaggio di queste informazioni avviene tramite l’adozione di diverse modalità comunicative, come la visione di immagini o filmati, in modo da rendere comprensibili e piacevoli gli argomenti trattati. Durante questi incontri i genitori pongono domande e chiedono chiarimenti riguardo a specifici aspetti che interessano il proprio figlio: come sta andando l’ambientamento al nido o la frequenza alla scuola dell’infanzia, i cibi forniti durante il pranzo oppure le modalità di addormentamento adottate, oltre a esprimere interesse e curiosità verso le attività svolte dai bambini (pittura, manipolazione, lettura di fiabe ecc.). Tuttavia, in questi ultimi anni sono emerse alcune criticità dovute, innanzitutto, a una scarsa partecipazione delle famiglie a questo incontro. Diversi studi hanno provato a indagarne le motivazioni raccogliendo il punto di vista dei genitori e delle educatrici/insegnanti1 . In sintesi, certi genitori, italiani e immigrati, hanno affermato che è difficile per loro essere presenti a questi incontri poiché i loro tempi (professionali e familiari) difficilmente si conciliano con gli orari delle assemblee. Inoltre, osservano che un loro effettivo coinvolgimento è richiesto, in genere, quando sono presenti dei problemi di comportamento o di apprendimento del figlio, e meno per ascoltare bisogni di qualsiasi altro tipo. Alcuni di questi genitori, durante l’assemblea, faticano a prendere la parola poiché non credono di avere le competenze necessarie per dialogare con l’educatrice/insegnante, oltre ad avvertire una certa difficoltà a esprimersi di fronte a un grande gruppo (Modesti, 2012; Bolognesi, 2016).
Anche il personale educativo, fatta eccezione per le assemblee iniziali dedicate all’ambientamento e alla conoscenza delle regole del servizio, sottolinea che i genitori frequentano poco le assemblee dando così l’impressione di considerare il nido e la scuola dell’infanzia solo come dei luoghi di accudimento e quindi di essere poco interessati alle finalità educative di questi servizi. Inoltre, evidenziano una loro difficoltà a intervenire: i genitori pongono poche domande e raramente esprimono dubbi o pareri riguardo ai temi proposti. E questo riguarda in modo particolare i genitori immigrati, anche per via della loro scarsa conoscenza della lingua italiana e di una limitata comprensione del linguaggio pedagogico. Talvolta, per risolvere questi problemi linguistici viene invitato un mediatore culturale oppure, quando ciò non è possibile, sono preparati avvisi e informazioni tradotti nella lingua dei genitori immigrati; ecco la descrizione di alcune pratiche presentate da un’insegnante di scuola dell’infanzia: “I fogli illustrati vengono tradotti nella lingua hindi perché per esempio nella nostra scuola la maggioranza dei bambini è indiana. Si traducono queste informazioni per avere appunto un minimo di regole condivise, sia come orari di entrata e di uscita e anche per spiegare come avviene l’inserimento, che devono venire in certi giorni e in certi orari e il materiale che devono portare. Questo viene tradotto” (Bolognesi, 2013, p. 82).
In altri studi si sottolinea quanto il coinvolgimento delle famiglie alla vita della scuola rappresenti un fattore positivo per la realizzazione di una continuità educativa tra i due contesti, e sia un valore aggiunto per la riuscita scolastica del bambino: il genitore, avendo maggiori conoscenze dei progetti e degli obiettivi dei servizi educativi e della scuola, riesce a mantenere un dialogo quotidiano con il figlio su quanto fa e apprende ogni giorno con i compagni e gli insegnanti (Iannaccone e Marsico, 2007; Portuois e Desmet, 2017). Inoltre, l’attenzione educativa al coinvolgimento con le famiglie permette di alimentare i processi di interazione tra famiglie italiane e immigrate necessari alla conoscenza reciproca e alla coesione sociale in contesti multiculturali, aspetto non facile e spesso problematico, come evidenziato anche dagli ultimi avvenimenti socio-sanitari (Bove, 2020; Gigli, 2021).
Di seguito è riportata la descrizione di alcune attività che possono rendere le assemblee momenti di incontro “interessanti”, cioè motivatori di curiosità grazie all’assunzione di un ruolo attivo da parte dei genitori.
PARTECIPARE NELLE ASSEMBLEE: IL RUOLO ATTIVO DEI GENITORI
I servizi per l’infanzia realizzano da tempo pratiche e modalità comunicative per rendere l’assemblea con i genitori un incontro sempre più partecipativo e per capire come ciò avvenga è utile innanzitutto soffermarsi sul significato della parola partecipazione. Per la pedagogista Chiara Bove la parola partecipazione sta a indicare l’essere impegnati in un’attività, cioè svolgere azioni che ci rendono parte di qualcosa (un lavoro di gruppo, una discussione ecc.) (Bove, 2020). Se decliniamo questo significato nel contesto educativo, ne consegue che la partecipazione dei genitori alla vita della scuola vuol dire realizzare un loro protagonismo nel fare qualcosa insieme, per esempio costruire degli oggetti e discutere in gruppo su quanto si sta facendo. Ovviamente lasciando anche la libertà alle persone di scegliere se partecipare o meno alle attività proposte. Questa forma di protagonismo può diventare un obiettivo dell’assemblea, che si trasforma così in un incontro non solo informativo, ma anche in un momento di ascolto e di dialogo tra adulti. Come modificare le assemblee affinché i genitori possano diventare partecipi e quindi assumere un ruolo attivo nel dialogo con educatrici e insegnanti e con gli altri genitori?
In alcuni contesti educativi sono state individuate delle pratiche che hanno permesso di introdurre cambiamenti nell’organizzazione delle assemblee rendendole appunto partecipative; gli ambiti individuati sono stati i seguenti: il linguaggio pedagogico, la disposizione delle persone nello spazio (prossemica), le attività di gruppo tra genitori2 . Il linguaggio pedagogico si riferisce alle parole utilizzate dal personale educativo per descrivere il proprio lavoro, un linguaggio che, talvolta, può essere scarsamente comprensibile ai genitori che non conoscono il sapere professionale di educatrici e insegnanti. E così ogni parola ritenuta importante, come per esempio “progetto di psicomotricità”, “obiettivo” o “ambientamento”, è spiegata con parole semplici e frasi brevi anche grazie all’utilizzo di immagini o filmati, in modo da rendere accessibili i principi educativi impliciti. Qui di seguito le parole di un’educatrice che racconta la riflessione prodotta riguardo a queste parole: “Volevamo fare un esame del nostro linguaggio, che è tecnico, e vedere all’interno di ogni parola cosa ci stava dentro, per avvicinarci un po’ di più alla comprensione della famiglia, che può essere una famiglia immigrata, ma anche nostra. Ci siamo rese conto che spesso e volentieri noi diamo per scontato che un genitore capisca cosa noi vogliamo e intendiamo con ‘routine’ o ‘educatrice di riferimento’. Parole che sembrano semplici di fatto invece non lo sono, perché poi all’interno hanno un significato profondo, ci sta tutto il nostro lavoro, il significato del nostro lavoro” (Bolognesi, 2006, p. 147).
Il secondo cambiamento ha preso avvio dall’osservazione della disposizione delle persone nello spazio, definita anche come prossemica3 . Gli studi sulla prossemica (Hall, 1988) ci confermano che è la disposizione circolare a migliorare la comunicazione e la relazione tra le persone, adulti e bambini. Se per esempio genitori e educatrici/insegnanti sono disposti in cerchio hanno la possibilità di assumere una posizione paritaria poiché non ci sono persone poste in una posizione di centralità e di maggiore evidenza. Il cerchio aiuta a mantenere il contatto visivo con gli altri partecipanti e questo può facilitare la comunicazione: un sorriso e uno sguardo di comprensione con un altro genitore possono avvicinare alla reciproca conoscenza, agevolare la presa di parola e il superamento di eventuali difficoltà personali. Un altro cambiamento riguarda l’introduzione di attività di gruppo organizzate in modo tale da richiedere la partecipazione attiva dei genitori. I temi delle attività possono essere i più svariati: si può richiedere, per esempio, la preparazione di cartelloni con immagini, ritagliate da giornali, che descrivano le aspettative dei genitori rispetto alla frequenza del nido e della scuola dell’infanzia, oppure la costruzione di piccoli oggetti per le attività che i figli svolgeranno con i compagni (maschere di cartoncino per il carnevale, origami di animali, raccoglitori di fotografie ecc.).
Un altro esempio di attività è quella di far descrivere ai genitori un loro oggetto personale. L’interesse verso gli oggetti portati da casa, spesso connotati da un valore affettivo, può rientrare, per esempio, all’interno di un progetto didattico con lo scopo di valorizzare somiglianze e differenze appartenenti alle culture familiari dei bambini: l’albo illustrato letto dalla mamma prima di addormentarsi, il biglietto del bus usato per andare in centro la domenica, o ancora la spilla regalata dalla nonna. Far sperimentare questa semplice narrazione a ogni genitore durante l’assemblea permette di far comprendere a ciascuno di loro ’attività sugli oggetti e il punto di vista dei bambini (Bolognesi, 2022). Le attività proposte durante l’assemblea possono prevedere la suddivisione dei genitori in piccoli sottogruppi. Qui di seguito un’immagine di un lavoro di gruppo in cui i genitori sono impegnati nella costruzione di animali di carta con la tecnica degli origami. I genitori che discutono insieme sul modo di piegare un piccolo foglio per costruire una rana è anche un modo, semplice e diretto, per potersi conoscere e per condividere pareri su piccole e grandi questioni inerenti la crescita dei figli. Quindi, il lavoro in sottogruppi trasforma l’assemblea non solo in un momento di ascolto delle finalità e dei progetti educativi dei servizi, ma anche in un luogo del fare e del pensare, in altre parole un luogo del dialogo mediato dall’azione che produce nuove domande e idee riguardo all’educazione dei bambini (Stanghellini, 2017).
CONCLUSIONI
L’assemblea può diventare un momento di incontro tra genitori che diventano protagonisti grazie alla realizzazione di azioni e modalità comunicative rivolte al “fare insieme”. Inoltre, la partecipazione e l’assunzione di un loro ruolo attivo rappresentano anche un modo per avvicinare le famiglie ai contesti educativi e per rendere possibile la costruzione di un dialogo tra le culture familiari e le culture pedagogiche dei nidi e delle scuole dell’infanzia.
“SE, COME IL VISO, SI MOSTRASSE IL CORE”
Ludovico Ariosto
1 Nel presente articolo è stata fatta la scelta di usare la parola educatrice e insegnante solo al femminile per rendere più agevolare la lettura. 2 Gli ambiti proposti sono il frutto di un percorso di ricerca azione che ha coinvolto alcune scuole dell’infanzia e scuole primarie del Comune di Bologna (Bolognesi, 2016). 3 La prossemica, definita dall’antropologo Edward Hall (1989), studia le distanze adottate dalle persone nello spazio e come queste sono indicative del rapporto esistente tra loro. Oltre alla distanza è interessante considerare anche il tipo di disposizione assunta dalle persone: in cerchio, semicerchio, in fila, allineamento frontale ecc.; ognuna di queste disposizioni è determinante per il tipo di comunicazione che si realizzerà tra tutti i partecipanti.
Ivana Bolognesi, Docente di Pedagogia interculturale, Dipartimento di Scienze dell’educazione “Giovanni Maria Bertin”, Università di Bologna
BIBLIOGRAFIA
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Stanghellini G., Noi siamo un dialogo. Antropologia, psicopatologia, cura, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2017.