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IN-COMPRENSIONI

Daniela Mainetti, Elisabetta Marazzi e Alessia Todeschini

Dentro le storie

 

È come un bussare. Un bussare lieve. Entrare con passi circospetti e aggirarsi tra i pensieri di educatrici, insegnanti, genitori. Scorgere gesti di bambine e bambini, registrare qualche battuta degli adulti, provare a indovinare cosa nasconde una faccia stanca, un passo affrettato, un sopracciglio alzato, un tono fintamente gentile. Aspettare, chiedere, ascoltare. Anche quest’anno la rubrica In-comprensioni ha provato ad accompagnarvi da un lato dentro ai servizi 0-6 e dall’altro dentro alle case di qualche famiglia con l’obiettivo di dare voce a tutte quelle fitte narrazioni che nascono e prendono corpo tra chi, a vario titolo, si occupa d’infanzia: da un lato professionisti che non si dimenticano che spesso la cosa migliore da fare, quando si sta con i bambini e le bambine, è sedersi su un tappeto e vedere il mondo dalla loro altezza, dall’altro genitori che stanno imparando a esserlo (e che impareranno per tutta la vita), ognuno con il suo stile educativo, con il suo background culturale, con le fatiche e le domande che questa società che va a cento all’ora, pone loro. Lo sforzo, ma anche il grande piacere, è stato constatare che, ancora una volta, il sapere pedagogico nei servizi 0-6, si nutre di dettagli. Anzi, forse è proprio fatto di dettagli. Piccoli particolari che chiedono di essere ascoltati, interrogati, visti. Ad esempio, il tempo che ci vuole per un bambino a imparare a mettersi una scarpa; il tempo per parlare del fatto che, se un bambino ha voglia di cambiare un pannolino a una bambola e una bambina di travestirsi da pompiere, è un risultato e non un problema; il tempo di chiedersi perché quel genitore “fa sempre così”, e cosa vuole dirci, e se poi è effettivamente vero che “fa sempre così”… Ascoltare queste storie, narrarle, provare a farle diventare un sapere pedagogico contestualizzato e “fresco”, lontano da certi tecnicismi linguistici, di cui ogni sapere, compreso quello pedagogico, inevitabilmente si ammanta, è stato per noi che ci siamo occupate di questa rubrica, e speriamo, per voi che ci avete letto, un tempo buono. Un tempo che ha permesso di comprendere come ogni racconto sia un mezzo per integrare esperienze spesso frammentate, e di mostrare, come ci ricorda Ricoeur (2020), come i singoli eventi che succedono nei servizi educativi, apparentemente casuali, confluiscano in un racconto che conferisce coerenza e senso all’esperienza dell’educare. Che ha permesso di non sentirsi troppo soli, che abbiamo problemi comuni, ma che ogni questione è a sé. Chi si occupa d’infanzia ha la straordinaria possibilità di intercettare e quindi narrare come il mondo si rinnova, proprio perché ciò che ha a che fare con i più piccoli è di per sé nuovo. Sono nuove le parole di un padre e di un madre che si ritrovano per la prima volta a dare voce a certe emozioni, sono nuovi i problemi che le famiglie intercettano nello scoprire nuove e inedite geometrie, sono nuove le scoperte che fanno educatori, educatrici e insegnanti nello scoprire che quello che fino all’anno scorso sembrava funzionare (un progetto, una modalità di accoglienza, una routine), ora non funziona più, ed è giusto così. Nell’ideare e costruire questa rubrica abbiamo considerato il pensiero narrativo come uno strumento di indagine valido, al pari di quello scientifico. Se il metodo scientifico afferisce all’epistemologia dell’educazione e consente di spiegare e di codificare ciò che avviene, utilizzando, per esempio, l’osservazione e l’interpretazione intersoggettiva; il metodo narrativo, invece, si colloca in una prospettiva ermeneutica, orientata alla conoscenza più che alla spiegazione degli eventi (Smorti, 1994b). La narrazione intesa come “metafora scientifica” del reale permette di dare coerenza, integrità e pienezza agli eventi, restando all’interno di un processo conoscitivo contestualizzato in cui il narrante e il narrato sono parimenti attivi nella ricerca dei possibili significati del loro stare in relazione. L’uso del pensiero narrativo come strumento di comprensione pone di fronte alle questioni del relativismo della conoscenza, dell’irriducibilità del reale e dell’impossibilità di raggiungere interpretazioni oggettive della realtà. Il racconto attraverso le storie permette di so-stare all’interno della trama degli eventi per sollecitare la riflessione, certo, ma anche per ammettere di non poterli comprendere fino in fondo, senza per questo rinunciare alla sostanza dei vissuti. Attraverso la ricostruzione narrativa, di fatti solo apparentemente banali o casuali, si possono cogliere momenti importanti della relazione tra gli adulti, le cui vite si incontrano all’interno dei servizi e delle scuole per l’infanzia. Il contesto dà senso al loro stare insieme, ma le letture possono divergere e, a volte, scontrarsi. È da questo conflitto socio-cognitivo che si genera consapevolezza e il racconto permette di guardare a queste occasioni con sguardo benevolo, umano e, come suggerisce Marinella Sclavi (2003), ironico. Il senso dell’ironia nasce dal saper guardare “dalla giusta distanza”, riconoscendo che la ragione sta da entrambe le parti e che la soluzione del conflitto non rappresenta l’aspetto più significativo della ricerca. Il racconto attraverso le storie allena a questo atteggiamento di ricerca non giudicante, non finalizzata né alla spiegazione né alla soluzione, perché il desiderio di narrare nasce dal genuino interesse per la varietà delle vicissitudini umane, così come si presentano nelle nostre vite personali e professionali. La dimensione narrativa permette la socializzazione, intesa come incontro e conoscenza dell’altro e di sé, come un’opportunità di confronto che favorisce la costruzione della dimensione sociale poiché offre la possibilità di una rilettura critica dei patterns di azione che vengono attivati da ciascun individuo e da ciascun soggetto nel momento in cui vengono generate le occasioni di scambio. Questo significa che la narrazione agevola l’incontro dei differenti stili di pensiero e, in questo senso, permette di rendere evidenti le possibili strategie mentali che ciascuna persona, attraverso la propria storia, mette in campo (Bruner, 1992). Narrare vuol dire altresì socializzare i propri riferimenti culturali, i propri orientamenti e il proprio background, favorendo l’esplicitazione dei possibili stereotipi che accompagnano l’incontro di ciascuno con il mondo e proprio attraverso il racconto, alle volte inconsapevole, di questi aspetti si apre l’opportunità di andare oltre, accompagnando il superamento o l’eventuale riduzione del pregiudizio poiché, attraverso le parole narrate a un altro o ascoltate dalla voce di un altro, ciascun protagonista di ogni singola storia può essere presentato nella molteplicità delle sue caratteristiche, nella varietà delle sue sfaccettature, nella ricchezza delle situazioni intricate in cui si trova a vivere la quotidianità, contrastando le semplificazioni e le generalizzazioni a cui gli stereotipi sovente portano, impedendo di vedere tutti i possibili contorni e tutte le possibili contestualizzazioni (Smorti, 1994a). Le situazioni vissute nei servizi educativi e raccontate nelle pagine della rubrica hanno voluto mettere in luce un ulteriore elemento della narratività, che permette di indagare e approfondire come le persone vivano e negozino le proprie appartenenze culturali, identitarie, geografiche ecc. favorendo il dialogo e la costruzione dell’identità singola e collettiva dando vita a un’identità comunitaria in cui far crescere i bambini e le bambine, il ruolo genitoriale e la propria professionalità. In questo senso la condivisione e la consistenza narrata attraverso la scrittura rimandano a una possibilità inclusiva di tutti i punti di vista e di tutte le specificità rianalizzate con uno sguardo adeguatamente critico teso a renderci consapevoli del modo in cui guardiamo il mondo. Nelle narrazioni ci sono differenti e molteplici punti di vista, si svolgono e convivono differenti linguaggi, si snodano i plurimi registri che afferiscono alle singole particolarità. Una narrazione che racconti le molte realtà possibili deve inevitabilmente tenere in considerazione la ricchezza di quella dotta varietà che appartiene alla quotidianità, una varietà che, proprio perché raccontata, può favorire il passaggio dalla prima persona singolare alla prima persona plurale, dal “io” al “noi” sostenendo il generarsi di una reale comunità educante.

 

PER APPROFONDIRE

Bruner J., La ricerca del significato, Torino, Bollati Boringhieri, 1992.

Ricoeur P., Tempo e racconto, Milano, Jaca Book, 2020.

Sclavi M., L’arte di ascoltare e mondi possibili, Milano, Mondadori, 2003.

Smorti A., Il pensiero narrativo. Costruzione di storie e sviluppo della conoscenza sociale, Firenze, Giunti, 1994a.

Smorti A., Pensiero e linguaggio, Firenze, Giunti, 1994b.

 

 

Daniela Mainetti, consulente pedagogica e formatrice.

Elisabetta Marazzi e Alessia Todeschini, pedagogiste e formatrici.

L’incontro con la luce sollecita nei bambini e nelle bambine un processo esplorativo semplice, ma minuzioso, catturando l’attenzione di ognuno e ognuna in modi differenti. La luce, infatti, è un elemento in grado di mutare, variare e alterare percezioni, sensazioni e prospettive: poterci entrare in relazione è un’occasione leggera e intima per esercitare punti di vista.

Scuola dell’infanzia Casa del Bambino, Ferrara

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