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Dare voce ai genitori attraverso la fotografia
Un progetto di ricerca partecipata con famiglie migranti di un bambino con disabilità
Elisa Rossoni
Pedagogista e coordinatrice di LudoL’ab ‒ Centro Ludotecnica Inclusiva di L’abilità Onlus Docente a contratto, Dipartimento di Scienze umane per la formazione “Riccardo Massa”, Università degli Studi di Milano-Bicocca
Abstract
Cosa succede quando viene data voce, attraverso la fotografia, a famiglie migranti di un bambino con disabilità? Quali riflessioni critiche, consapevolezze e cambiamenti si innescano nelle famiglie e nelle pratiche di un servizio dedicato alla promozione del gioco per il bambino con qualsiasi tipologia di disabilità? In questo articolo verranno presentati gli esiti di un progetto di ricerca partecipata che è stato svolto all’interno di un percorso di Dottorato Executive, attivato attraverso una convenzione tra il Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione “Riccardo Massa” dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca e l’associazione L’abilità Onlus di Milano (www.labilita.org).
Parole chiave
Educazione, gioco, disabilità infantile, famiglie migranti, partecipazione
Contatti
elisa.rossoni@unimib.it
IL PROGETTO DI RICERCA
Le culture del gioco con la disabilità infantile è il titolo di un progetto di ricerca che ha inteso esplorare e analizzare l’immaginario del gioco di dieci famiglie migranti di bambini con disabilità, che frequentano il servizio educativo LudoL’ab – Centro Ludotecnica Inclusiva (www.ludotecnica.it) dell’associazione milanese L’abilità Onlus. L’idea di avviare questo progetto di Dottorato Executive è nata dalla necessità di ampliare e migliorare le prassi educative del servizio, e a cascata di tutti i servizi dell’associazione, in relazione alla partecipazione e al coinvolgimento delle famiglie e, in particolare, dei genitori esposti a quella che la letteratura definisce una doppia diversità: il background migratorio e la presenza della condizione di disabilità. Come area di indagine è stato scelto il gioco perché rappresenta uno degli ambiti privilegiati di studio e ricerca di L’abilità che, nel corso di venticinque anni, ha sviluppato sul territorio italiano pensieri e pratiche innovative per promuovere e garantire il diritto al gioco a bambini con qualsiasi tipologia di disabilità, oltre che per il ruolo di coordinatrice, di chi scrive e ha svolto il progetto, del servizio LudoL’ab – Centro Ludotecnica Inclusiva, volto a dare concretezza a tale diritto. Come supportare e favorire la relazione di gioco tra genitori migranti e bambini con disabilità? Che cos’è il gioco per un genitore migrante di un bambino con disabilità? Che tipo di esperienza di gioco fanno le famiglie nate e cresciute in una comunità culturale differente da quella di approdo? Quali sono le credenze, le teorie implicite ed esplicite, le emozioni che guidano le pratiche ludiche che i genitori mettono in atto con il loro bambino? Queste le domande che hanno mosso e guidato il progetto di ricerca empirica, qualitativa e partecipata che si è posto l’obiettivo di aprire uno spazio e un tempo di incontro e confronto con le famiglie, dando loro voce e coinvolgendole come co-ricercatori, esperti delle loro vite e agenti del loro cambiamento attraverso il processo di coscientizzazione e consapevolezza che si genera nel dialogo. Se ai genitori viene ancora concesso e dedicato uno spazio marginale nei servizi educativi (Tamburlini, 2024), il rischio è che la complessità dell’esperienza interculturale e della dimensione della disabilità possano ulteriormente marginalizzare le famiglie a causa di un mancato incontro tra lingue e linguaggi diversi, tra prospettive culturali e pratiche educative differenti. Per questo motivo, si è scelto un metodo di ricerca-azione partecipata basato sull’arte per coinvolgere dieci famiglie provenienti da paesi extra-europei, per dare voce alle loro esperienze, emozioni, pensieri e vissuti in relazione al gioco del e con il proprio figlio, per farci indicare dai genitori la strada per comprendere i loro bisogni e comprendere i limiti del nostro sapere, pensare e agire (Canevaro, 2006, 2015; Caldin, Giaconi, 2021). Dare voce ai genitori non significa limitarsi ingenuamente a un ascolto empatico o a una raccolta di informazioni utili al servizio, ma significa rendersi disponibili in primis a interrogare criticamente e assumere consapevolezza del proprio pensiero pedagogico per poi incontrare e dialogare con le diverse culture familiari intese come “insieme dinamico di idee, valori, aspirazioni e pratiche su come educare al meglio i bambini e le bambine” (Bove, 2020, p. 9). Il Photovoice prevede che i partecipanti diano voce alle loro esperienze attraverso le fotografie. I genitori sono stati, quindi, invitati a documentare l’esperienza di gioco del e con il proprio bambino attraverso la fotografia. Sono state loro fornite alcune domande che li potessero guidare a scattare le fotografie, ponendo l’attenzione su diversi aspetti della realtà da indagare e non focalizzando l’attenzione solo sugli aspetti negativi come la fatica e la sofferenza. Inoltre, i genitori sono stati rassicurati rispetto al fatto che non sarebbe stata valutata la qualità delle immagini secondo parametri artistici o estetici, ma che ciò che interessava era il loro sguardo e pensiero sul gioco e l’esperienza rappresentata nell’immagine. Attraverso un’intervista semi-strutturata (e successivamente con dei focus group) i genitori hanno raccontato le immagini da loro scattate, le hanno descritte, titolate, hanno attribuito un significato a partire dalla loro prospettiva nel dialogo partecipativo con il ricercatore. Vorremmo ora provare a mettere in evidenza le potenzialità del Photovoice, che può costituire uno strumento educativo importante per favorire la partecipazione dei genitori nei processi educativi dei loro figli e per coinvolgerli nella co-progettazione dei servizi.
© Alessandro Grassani per L’abilità
IL LINGUAGGIO DELL’INTIMITÀ E DELL’ARTE
“Le parole spesso non aiutano, nel trauma della disabilità le parole non sono sufficienti. Alcune parole diventano impronunciabili come parlare, camminare, migliorare, giocare. La fotografia offre la possibilità di inventare un nuovo linguaggio diverso da quello medico, che rischia di portare il soggetto e la famiglia a identificarsi totalmente con la sua disabilità, perdendo la relazione con la sua identità molteplice. Il linguaggio dell’intimità e dell’arte” (Patete, 2022, p. 33). Le fotografie che i genitori hanno deciso di scattare e poi di raccontare e condividere con il ricercatore e con gli altri genitori, hanno offerto innanzitutto la possibilità di parlare di gioco. “Io devo dire, i primi tempi sapevo come dovevo giocare con S., però lui era un bambino che giocava in un altro modo, non è che giocava come volevo io o come io proponevo un gioco […] S. adesso preferisce giocare sempre con la pasta. Se tu lasci lì lui rimane tutto il tempo” (Z. mamma di S., Iran). Di fronte a un gioco che fatica a mostrarsi o a un gioco inedito e imprevedibile a cui è difficile attribuire un significato, i genitori si sentono inefficaci e impotenti perché le strategie che fanno parte del loro bagaglio innato e culturale risultano inadeguate. “Quindi lui ha preso la sua tabella, guardava le pagine, guardava con molta attenzione. Io ho fatto questa foto perché pensavo che fosse molto importante: non lo avevo mai visto in questo modo, guardare le pagine con le sue tabelle. Forse, sta capendo che cos’è questa tabella e perché la deve usare” (Z. mamma di S., Iran). L’occasione di fare fotografie, come sottolinea la mamma di S., ha offerto ai genitori la possibilità di prendersi un tempo per osservare il loro bambino, per vedere, per la prima volta, i giochi che ama fare e che è in grado di fare. Attraverso le immagini i genitori hanno sviluppato consapevolezza delle possibilità e potenzialità dei loro figli, hanno guardato il gioco non solo attraverso le lenti del dolore che colgono solo le difficoltà riflettendo il livello di sviluppo del bambino. Le fotografie hanno raccontato il gioco a partire dal punto di vista delle famiglie e, raccontandole, i genitori hanno avviato processi di consapevolezza in relazione alle loro prospettive e pratiche, al loro ruolo nel gioco e alla loro disposizione ludica. Guardando e descrivendo una fotografia, la mamma e il papà di S. hanno esplicitato le strategie che mettono in atto per coinvolgere il figlio nel gioco insieme a loro, anche per pochissimi minuti. Nell’ambiente domestico provano a replicare le strategie utilizzate dalla terapista della comunicazione, anche se “a casa non funzionano al 100%”. Nel dialogo partecipato con il ricercatore si sono però resi conto che a casa è necessario concedere un po’ di libertà al figlio e, come evidenziato dalla letteratura, il rischio nel gioco con un bambino con disabilità è che si perdano gli aspetti del piacere, del divertimento e dell’immediatezza per acquisire una funzione prevalentemente riabilitativa (Cinotti, 2016). Io: “Come vi siete sentiti adesso nel guardare queste fotografie?” V. mamma di P.D.: “Io mi sono emozionata” [sorride]. Io: “Perché si è emozionata?” V. mamma di P.D.: “Perché vederlo e poi raccontare tutto quello che lui faceva mi ha emozionato e poi tutte le foto del viaggio in Bolivia”. R. papà di P.D: “Anche a me piace vedere le fotografie. Solo mi dà un po’ fastidio perché non abbiamo foto di gioco perché non lo facciamo giocare a casa e non gli facciamo fare le cose che magari non sappiamo fare”. V. mamma di P.D.: “Come genitori magari non siamo bravi in quella cosa. Anche per me giocare a casa è noioso, anche quando era piccola a me non piaceva giocare dentro… per me è molto difficile”.
R. papà di P.D.: “Io, per esempio, non mi piace giocare fin da piccolo però, non lo so, adesso mi ha fatto pensare quella cosa di imparare per lui. Come posso insegnare se non lo so fare?” Guardando e raccontando le immagini condivise i due genitori, di origini boliviane, si sono accorti che delle ventidue fotografie da loro scattate solo poche rappresentavano esperienze di gioco, e che invece la maggior parte riprendevano il bambino in posa di fronte all’obiettivo in situazioni diverse in contesti non domestici: escursioni o festeggiamenti in Bolivia, “in giro per Milano”, all’Acquario di Genova, il giorno della partenza per la gita con i compagni dell’ultimo anno della scuola primaria. Nonostante queste immagini non rispondessero esplicitamente al compito fotografico non sono state scartate a priori ma sono state prese in considerazione ponendo attenzione agli aspetti non fotografati e, nel dialogo con il ricercatore, hanno stimolato riflessività e una emergente consapevolezza critica del tema affrontato.
GIOCARE E ED EDUCARE CON I GENITORI
“Utilizzando una forma d’arte ‒ la fotografia ‒ i partecipanti al Photovoice sono più attrezzati per trasmettere i contorni dei loro sentimenti che se fossero relegati a forme discorsive di espressione” (Latz, Mulvihill, 2017, p. 32). La mediazione delle fotografie ha, dunque, stimolato i genitori a esprimere pensieri e visioni impensati, ha generato nuove consapevolezze, ha costituito un ancoraggio al linguaggio e al pensiero, ha favorito il dialogo tra lingue e linguaggi diversi allentando l’imbarazzo e lo stress che può generarsi durante un’intervista o un colloquio. La fotografia ha inoltre consentito di comprendere le risorse e i bisogni di ogni famiglia, che andrebbe conosciuta oltre la sua appartenenza culturale e alla disabilità, ma in ogni sua caratteristica e specificità. Il ricercatore ha provato a fare un passo dietro l’obiettivo della fotocamera dei genitori per vedere il gioco attraverso il loro sguardo, per cogliere e comprendere i pensieri, le teorie e le emozioni che intenzionano le pratiche, mettendo tra parentesi il suo sapere esperto. Il Photovoice ha consentito di valorizzare le rappresentazioni dei genitori che, attraverso il riconoscimento del proprio punto di vista, hanno potuto rafforzare la propria autostima e fiducia e individuare, accanto alle criticità, i punti di forza per identificare strategie di cambiamento. La partecipazione diventa già, allora, una forma di accompagnamento alla genitorialità, un prendersi cura di chi si prende cura degli altri. Le famiglie non sono state considerate unicamente come depositarie dell’intervento educativo, ma sono state coinvolte come co-ricercatori che hanno indicato nuove possibili azioni e risposte che i servizi educativi possono dare in tema di gioco possibile con il proprio bambino per una migliore qualità e dignità della vita e, quindi, di impatto sociale sul benessere. Nel progettare percorsi di accompagnamento a una genitorialità responsiva diventa allora fondamentale partire dalle voci dei genitori, da ciò che ognuno di loro pensa, sente, agisce e immagina, occorre partire dalla loro disposizione ludica, dal loro desiderio di mettersi o non mettersi in gioco, di lasciarsi incantare dalla magia del cerchio magico affinché giocare non sia un’imposizione, un obbligo, un compito da assolvere ma un’esperienza di reciprocità, complicità e umanità (Riva, 2024). Io: “È stato faticoso partecipare al progetto?”. V. mamma di P.D., Bolivia: [ride] “È la prima volta che facciamo questo. È stato anche bello perché lo abbiamo sperimentato e con quello che ci ha detto io sto un po’ più tranquilla perché a volte mi sento in colpa perché non lo faccio giocare a casa. Lui mi dice [rivolta al marito] “devi fare di qua e di là”, ma io non lo faccio e mi sento in colpa. Ma dopo quello che lei ha detto sono più tranquilla”.
BIBLIOGRAFIA
Bove C., Capirsi non è ovvio. Dialogo tra insegnanti e genitori in contesti educativi interculturali, Milano, FrancoAngeli, 2020.
Caldin R., Giaconi C., Disabilità e cicli di vita. Le famiglie tra seduttivi immaginari e plausibili realtà, Milano, FrancoAngeli, 2021.
Canevaro A., Le logiche del confine e del sentiero. Una pedagogia dell’inclusione (per tutti, disabili inclusi), Trento, Erickson, 2006.
Canevaro A., Nascere fragili. Processi educativi e pratiche di cura, Milano, EDB, 2015.
Cinotti A., Padri e figli con disabilità. Incontri generativi, nuove alleanze, Napoli, Liguori, 2016
Latz A., O. Mulvihill T., Photovoice research in education and beyond. A practical guide from theory to exhibition, New York, Routledge, 2017.
Patete A., La fotografia guarisce l’anima. Intervista a Marinella Pisciella, in “SuperAbile Inail. Il magazine per la disabilità”, vol. 11, n. 8/9, 2022, pp. 32-35.
Riva, C., Articolo 1, garantiamo il diritto alla fantasia, 2024, https://labilita.org/ notizie/articolo-1-garantiamo-il-diritto-alla-fantasia.
Tamburlini G., Genitorialità, in “Bambini”, n. 5, maggio 2024, p. 24.