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LE PAROLE DELL’EDUCAZIONE

Danza

Nicoletta Ferri

Abstract

Il presente contributo propone un’analisi della figura della tata familiare come servizio educativo innovativo, radicato nella Regione Autonoma Valle d’Aosta e potenzialmente replicabile in altri contesti. Attraverso un impianto metodologico misto, che combina indagine qualitativa, analisi lessicometrica e osservazione sul campo, si delinea un modello fondato sulla relazione di prossimità, la domesticità dell’ambiente, l’empowerment professionale e il coinvolgimento attivo delle famiglie. L’articolo valorizza l’orizzonte pedagogico e sociale di una figura ancora poco studiata, ma fortemente significativa nei processi educativi della prima infanzia.

 

Parole chiave

Pedagogia della casa, personalizzazione educativa, professionalità riflessiva, tate familiari, rete territoriale

“I DIRITTI DI PARTECIPAZIONE SONO DIRITTI DI LIBERTÀ: RICONOSCERLI ALL’INFANZIA SIGNIFICA RICONOSCERE LA LIBERTÀ DEI BAMBINI E DELLE BAMBINE ED È SU QUESTO RICONOSCIMENTO CHE IL MONDO ADULTO VIENE SFIDATO

Una giovane ricercatrice in biologia, appassionata di sport, si trasferisce nel 1916 dal Wisconsin a New York, al Teacher College, per frequentare il corso di Filosofia e estetica di un professore che in quel momento attira a sé grande interesse: all’interno del Campus è attivo un gruppo di studio che si riunisce regolarmente per consentire ad alcuni studenti di partecipare ad attive discussioni con i docenti e Margaret H’Doubler – questo è il nome della nostra ricercatrice – viene scelta per farne parte, partecipando così a dibattiti sull’educazione e a laboratori condotti in quella sede da John Dewey stesso e dal suo allievo William H. Kilpatrick. Questo incontro fortuito con le idee innovative di uno dei padri della pedagogia contemporanea la porta a interrogarsi sul ruolo attivo del movimento e della corporeità nell’educazione di bambini e bambine. Si tratta di un momento per lei decisivo, che le consentirà di dar vita alla prima formalizzazione di studi sulla danza educativa in ambito statunitense e a fondare, spinta da una direttrice di Dipartimento illuminata, il primo Corso universitario in Danza degli Stati Uniti, nel 1917, all’Università del Wisconsin. È, questo, un tassello nodale per lo sviluppo della disciplina nei contesti educativi, anche in Europa – in cui, negli stessi anni, gli aspetti formativi della danza venivano teorizzati dal danzatore e coreografo Rudolf Laban. Più che sui passi o sulle forme della danza, Margaret H’Doubler, coerentemente con gli insegnamenti di Dewey, porta l’attenzione sull’esperienza del danzare. Di che cosa fa esperienza chi danza? Cosa intendiamo per “danza”? Quanto è importante nello sviluppo della persona? Quali sono i valori e le motivazioni in essa implicati? Queste sono le domande da cui parte H’Doubler (2017) e che rimangono attualissime per chiunque oggi voglia interrogarsi sulla valenza formativa di questa disciplina in contesti educativi. Molto oltre l’esibizione di forme, viene posta in primo piano una danza quale espressione integrale per l’individuo e che “stimoli al pensiero creativo attraverso l’attività, e contribuisca a coltivare quell’equilibrio mentale, fisico e spirituale che lo metterà in grado di comprendere e perseguire le vere questioni della vita” (H’Doubler, 2021, p. 34). Fondamentale per la studiosa statunitense è promuovere nei bambini e nelle bambine una postura esplorativa e di ricerca verso il proprio essere nella danza, a partire dall’incontro con il gesto dell’altro. Nell’etimologia di “danza”, infatti, è presente la radice indoeuropea “Tan”, “distendere”, “tendere”. Possiamo dunque immaginare la parola “danza” come connessa a una fila di persone nell’atto di andare-verso e muoversi insieme, costruendo disegni spaziali e ritmici coordinati. È, questa, la dimensione comunitaria, la funzione sociale, ripresa dalla danza educativa nelle varie forme che si sono diffuse anche in Italia (Zagatti, 2012): l’incontro con il movimento dell’altro in-forma e modifica l’esperienza stessa del danzare. Possiamo poi leggere quel movimento di “tensione” o “distensione” anche in senso verticale, come ciò che attraversa la colonna vertebrale che si allunga verso l’alto nell’intenzione della preghiera. Si esprime così, nell’atto del danzare, la qualità più propria del nostro essere umani, “tra cielo e terra”, attraverso ciò che tiene insieme il radicamento e lo slancio ad andare oltre, facendosi espressione di un’attitudine interrogante verso il mondo.

Ancor prima che essere un passo prestabilito o un movimento da realizzare, allora, la danza nella sua vocazione formativa è un’attitudine a guardare al movimento in termini di ricerca e a osservare come la materia nelle sue infinite forme si modelli in tempo, spazio e energia, esprimendo vita. Portare questo modo di intendere la danza a bambine e bambini può essere prezioso, perché invita tutti, anche gli adulti, a guardare all’attività coreutica nel suo aspetto generativo, come dialogo sottile fra interno ed esterno. Come via per osservare e conoscere il mondo attraverso le emozioni, per dare a tali emozioni movimento consapevole e forma.

 

Nicoletta Ferri, ricercatrice e docente di Pedagogia del corpo, Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione, Università degli Studi di Milano-Bicocca.

 

 

BIBLIOGRAFIA

H’Doubler M. (1925), The Dance and its Place in Education, Melbourne, Hassell Street Press, 2021.

H’Doubler M. (1957), Danza, un’esperienza artistica creativa, Roma, Gremese, 2017.

Zagatti F., Persone che danzano. Spazi, tempi, modi per una danza di comunità, Granarolo (Bo), Mousikè Progetti Educativi, 2012.

L’educazione è un dipanarsi di momenti, spesso molto simili gli uni agli altri, eppure tutti straordinari. Come una luce che entra all’improvviso, o un colore che cambia le cose, sospendendo spazio e tempo e mostrando tutto in un’altra prospettiva. Non serve molto, se non uno sguardo continuamente aperto a cogliere il divenire e a introdurre piccole variabili che evidenzino nuove possibilità. Che poi è moltissimo.

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