Menu
SENTIERI INCLUSIVI
a cura di Elisa Rossoni e Moira Sannipoli
Custodire la vita: il progetto individuale fin dall’infanzia

Lo scorso 3 maggio è stato pubblicato in Gazzetta ufficiale il decreto legislativo n. 62. La misura riguarda molteplici elementi: la definizione della condizione di disabilità, la valutazione di base, le condizioni dell’accomodamento ragionevole, la valutazione multidimensionale e l’attuazione del progetto di vita individuale personalizzato e partecipato.
Il tema del progetto di vita è da tempo discusso in letteratura, e al di là dell’adempimento amministrativo rappresenta l’idea che ciò che caratterizza l’umano sia una dimensione evolutiva che ci riguarda dalla nascita in avanti e non può essere scritto da altri. Scrive Carlo Lepri: “Ciascuno ha necessità di una serie di progetti per realizzare la propria vita, cioè di una serie di azioni programmate intenzionalmente capaci di trasformare l’immaginazione in opera compiuta. Anche il progetto è un modo per anticipare il futuro ma, a differenza del sogno, nel progetto si comincia con il separare ciò che è straordinario da ciò che è impossibile. All’interno del progetto è dunque possibile incontrare le proprie potenzialità ma anche i propri limiti” (2011, p. 88).
I progetti di vita non si costruiscono ma si riconoscono: per fare questo fin da piccolissimi è necessario assumersi un compito educativo che è quello Custodire la vita: il progetto individuale fin dall’infanzia di individuare e promuovere le differenze, ricercare le possibilità emergenti e farne attualità. “Vorremmo che gli adulti fossero capaci di assumersi la responsabilità di affidare a chi cresce dei compiti, mettendo in movimento una dinamica che favorisca non l’imposizione ma la scelta, non la spavalderia dell’azzardo ma l’avventura del progetto sostenibile. Naturalmente, l’ambizione è costruire un valore aggiunto: esaminare una realtà, leggerla, scoprendo qualcosa che può permettere una maggiore intenzionalità; quindi, una maggiore capacità di efficacia e di riproducibilità delle esperienze che a volte sono straordinariamente belle ed efficaci ma vengono proposti ad altri come eccezionali” (Canevaro, 2018, p. 122).
Un “progetto di vita” allora non si scrive ma si narra: significa imparare ad ascoltare e a guardare oltre l’apparenza e le claudicanze e provare a cogliere le dimensioni di senso che caratterizzano ogni bambino e bambina, prima ancora che ad essere attribuite siano forme e significati esterni.
È difficile parlare di questo costrutto pensando ai più piccoli: purtroppo è pensiero diffuso connetterlo a quelle età che si avvicinano prepotentemente all’adultità. Diventa un tema centrale durante l’adolescenza e la giovinezza, sembrerebbe fuori “SE, COME IL VISO, SI MOSTRASSE IL CORE” Ludovico Ariosto NOVEMBRE 2024 11 SGUARDI Elisa Rossoni, docente a contratto, Dipartimento di Scienze umane per la formazione “Riccardo Massa”, Università degli Studi di Milano-Bicocca. Moira Sannipoli, professoressa associata di Didattica e Pedagogia speciale, Università di Perugia. luogo quando si parla di bambini e bambine. In realtà le possibilità evolutive di coltivare e far fiorire i propri talenti per realizzare al meglio la propria esistenza, la capacità di imparare ad aver fiducia in sé e di desiderare, nascono proprio durante l’infanzia e vanno sostenute, accompagnate, educate. In questo senso vanno messe in conto le opportunità di intrecciare possibilità e limiti, capacità e fragilità perché di questi meticciamenti è fatta l’esistenza di ciascuno.
Imparare a fare i conti con le dimensioni del sogno e del desiderio, dentro i vincoli personali e contestuali, vuol dire fin da piccoli allenarsi a diventare grandi, tollerando anche le cadute e gli imprevisti indesiderabili come attributi di vita. Progetto di vita è un “pensare doppio, nel senso di ‘immaginare, fantasticare, desiderare, aspirare, volere…’ e contemporaneamente nel ‘preparare le azioni necessarie, prevedere le varie fasi, gestire i tempi, valutare i pro e i contro, comprendere la fattibilità’. Insomma, c’è un pensiero progettale ‘caldo’ e un pensiero progettuale ‘freddo’” (Ianes, Cramerotti, 2009, p. 44). Accompagnare qualcuno verso il proprio personale progetto di vita significa in prima battuta aiutarlo a riconoscersi nella propria storia, qualunque essa sia, fare i conti con difficoltà e sconfitte, con potenzialità, compensazioni. Riconoscersi in un’identità senza prendere per buona quella che ci è attribuita è il primo passo per riappropriarsi del proprio senso. A partire da questa nuova e continua ridefinizione di Sé, che cambia a mano a mano che i vissuti diventano esperienze e le tracce personali elementi di conoscenza, è possibile attivare scelte consapevoli, fare i conti con il proprio esserci ed esistere. Potrebbe esserci uno scarto considerevole tra l’idea e la possibilità, tra ciò che si pensa di voler scegliere ed essere in grado di realizzare e la realtà dei fatti. Il percorso che porta ogni persona a diventare consapevole dei propri punti di forza e dei propri limiti è già esso stesso esperienza di vita.
Il progetto di vita potrebbe trovare forma scritta nel progetto individuale previsto dalla legge n. 328/2000 e alla luce del Dlgs 96/2019. Si legge che questo documento debba essere redatto dall’ente locale d’intesa con la competente azienda sanitaria sulla base del Profilo di funzionamento; va prodotto su richiesta e con la collaborazione dei genitori o di chi ne esercita la responsabilità; definisce le prestazioni, i servizi e le misure, in esso previste, anche con la partecipazione di un rappresentante dell’istituzione scolastica interessata. Comprende il Profilo di funzionamento, gli interventi di cura e di riabilitazione a carico del Servizio sanitario nazionale, il Piano educativo individualizzato a cura delle scuole, i servizi alla persona cui provvede il comune in forma diretta o accreditata, con particolare riferimento al recupero e all’integrazione sociale, le misure economiche necessarie per il superamento di condizioni di povertà, emarginazione ed esclusione sociale, le potenzialità e gli eventuali sostegni per il nucleo familiare.
Il progetto individuale diventa un documento assolutamente importante ma a oggi appare orfano: manca la definizione del professionista che ha il compito della stesura, della regia e della valutazione. Manca un custode che se ne assuma la responsabilità e la cura. In ottica 0-6 questa funzione potrebbe essere affidata alle figure di coordinamento pedagogico che, proprio grazie al pensiero narrativo di cui si nutrono, possono rendere questo documento un portfolio esistenziale, che tiene memoria delle tracce in riferimento ai contesti e al ciclo di vita e le sappia valorizzare. Potrebbe essere un’occasione importante per evitare che si costruiscano percorsi che non tengono conto dei desideri e dei talenti e realtà educative che ancora scelgono proposte più per occupare il tempo che per permettere alla vita di fiorire. Potrebbe essere un’opportunità davvero speciale per costruire contesti capaci di far convivere e contaminare le differenze.
Tutto questo chiama in causa la possibilità di avere dei professionisti che abbiano strumenti tanto per ascoltare quanto per pianificare: si tratta di cornici pedagogiche che non possono essere delegate ad altri. Fin dall’infanzia allora chiediamo questo documento, sollecitiamolo, attiviamolo: potrebbe già essere un modo per promettere di dare alla vita di alcuni bambini e bambine il diritto di darsi.
“SE, COME IL VISO, SI MOSTRASSE IL CORE”
Ludovico Ariosto
Così, nei contesti educativi i bambini e le bambine che, come Mina, non si adeguano ai parametri dell’autonomia, dell’efficacia e dell’adattamento – imperativi del tempo presente che guidano e intenzionano le pratiche educative (Antonacci, 2019) – devono essere addomesticati o aggiustati per rientrare nella norma, per raggiungere quanto prima l’età adulta. Chi è fragile, chi è reso vulnerabile da una situazione contestuale particolare (come può essere la nascita di un fratellino o qualunque altro evento che richiede un accompagnamento emotivo che può momentaneamente destabilizzare un bambino) viene immediatamente inviato a intraprendere un percorso diagnostico. Sono esageratamente aumentate le richieste di una valutazione neuropsichiatrica e l’accesso ai servizi quando i bambini si mostrano irrequieti, quando non stanno al passo con la programmazione e non raggiungono gli obiettivi previsti nei tempi standardizzati della valutazione, quando sovvertono il consueto e le certezze delle nostre pratiche educative che si perpetuano indefinitamente perché si è sempre fatto così, quando interpellano la nostra fragilità.
Ci dimentichiamo o fatichiamo a riconoscere che la fragilità è in ciascuno di noi, che i connotati costitutivi di vulnerabilità si esprimono nella relazione con l’altro e che “nella fragilità si nascondono valori di sensibilità e di delicatezza, di gentilezza estenuata e di dignità, di intuizione dell’indicibile e dell’invisibile che sono nella vita, e che consentono di immedesimarci con più facilità e con più passione negli stati d’animo e nelle emozioni, nei modi di essere esistenziali, degli altri da noi” (Borgna, 2014, pp. 3-4).
Il riconoscimento della fragilità come una condizione universale apre alla possibilità di prendersi cura della vita che è frangibile in ogni istante e che quindi è preziosa, di “aver cura dell’altro nella sua interezza, a prescindere dalle forme, dalle manifestazioni che contraddistinguono il suo essere al mondo, e dalla diversità che le connota” (Miatto in Crocetta, Emilio, Miatto, 2022, p. 18).
È compito educativo ed esercizio di umanità vedere, riconoscere e accogliere l’altro nella sua singolarità e nella sua unica e naturale vocazione a “essere di più”, a essere “una bambina che si chiama Mina ma anche qualcosa di più di una bambina che si chiama Mina” (Almond, 2011, p. 10).
Come afferma Charles Gardou (cit. in Crocetta, Emilio, Miatto, 2022, p. 12), “la storia più bella dell’uomo è la sua diversità. Non vi sono diverse umanità: una forte e una debole; una dritta e l’altra storta; una eminente e l’altra insignificante: ma una sola depositaria della nostra condizione universale”, abitata dalla fragilità e dalla vulnerabilità.
Guardare la fragilità da una prospettiva pedagogica non significa allora etichettarla o respingerla ma riconoscerla nella sua dimensione costitutiva come istanza di cura e attenzione reciproca. “Sarebbe tradire la missione educativa trasmettere una visione dell’apprendimento contrapposta all’aiuto reciproco” (Canevaro, 2015, p. 15) e l’altro da sé non può che divenire possibilità impensata di apprendimento e arricchimento. Possiamo pensare di educare al noi solo rispettando gli io differenti (Felini, Di Bari, 2019), rendendoci disponibili a incontrare bambini e bambine come Mina, possiamo educare nella prospettiva inclusiva solo se rispettiamo e riconosciamo i molteplici volti luminosi e oscuri dell’umano che comprendono anche la fragilità e la vulnerabilità, nostra e dei bambini.
Elisa Rossoni, docente a contratto, Dipartimento di Scienze umane per la formazione “Riccardo Massa”, Università degli Studi di Milano-Bicocca.
Moira Sannipoli, professoressa associata di Didattica e Pedagogia speciale, Università di Perugia.
PER APPROFONDIRE
Canevaro A., Editoriale. Il riconoscimento degli Educatori, in “L’integrazione scolastica e sociale,” 17(1), 2018, pp. 5-6.
Ianes D., Cramerotti S., Il Piano educativo individualizzato. Progetto di vita, Trento, Erickson, 2009.
Lepri C., Viaggiatori inattesi. Appunti sull’integrazione sociale delle persone disabili, Milano, FrancoAngeli, 2011.