My EduBox

Menu

Le parole dell’educazione

Cultura

Manuela Tassan

Professoressa associata di Antropologia Culturale, Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione “Riccardo Massa”, Università degli Studi di Milano-Bicocca

Riflettere sul rapporto tra educazione e cultura, intesa in senso antropologico come patrimonio di pratiche e credenze variamente condiviso e tramandato dai membri di una collettività, significa innanzitutto chiedersi in quali situazioni concrete educatori e insegnanti possono imbattersi in questa parola. A volte, ad esempio, la diversità culturale può diventare oggetto di progettualità specifiche, magari con l’intento di promuovere il dialogo interculturale, la conoscenza reciproca e, non ultima, l’inclusione. Altre, invece, si attribuisce alla cultura un valore esplicativo. Viene cioè mobilitata per spiegare ciò che nelle relazioni educative, di solito con persone “di origine straniera”, non appare immediatamente comprensibile. In questo caso, il rimando alla cultura è una sorta di opzione residuale che permette però di dotare di un qualche significato uno spazio di mancata comprensione reciproca. 

Gli esempi che ho suggerito, pur nella loro diversità, nascondono però il rischio comune di considerare la cultura come un semplice strumento linguistico attraverso cui restituire, in termini neutri e puramente descrittivi, le diversità esistenti tra gli esseri umani. Intendo qui suggerire che “cultura” sia invece una parola complessa, con una storia densa di sedimentazioni di significati, di radicali inversioni di rotta nel modo di concepirla e non priva di insidie di cui è opportuno essere consapevoli, soprattutto se si opera in ambito educativo. Una di queste riguarda i significati sottesi a un’accezione tardo ottocentesca del termine “cultura” che è rimasta ancora oggi sorprendentemente vitale nel senso comune, pur essendo stata abbandonata dalla stessa disciplina – l’antropologia culturale – che aveva contribuito a legittimarne la sua diffusione. Le “culture” umane, infatti, sono ancora troppo spesso pensate come l’esito di una somma di tratti – la lingua, la religione, le abitudini alimentari ecc. – che porta a considerarle come tasselli statici di un mosaico, ben distinguibili tra loro e poco inclini alle trasformazioni, tanto da poter essere mobilitate per marcare confini identitari netti tra i diversi gruppi umani. L’idea di separatezza come matrice primigenia attraverso cui pensare il rapporto tra le culture, che un certo modello di integrazione multiculturale ha contribuito a veicolare, contrasta decisamente con la dinamicità e le ibridazioni suggerite da nuove metafore, come quella del flusso, proposte già negli anni Novanta per sottolineare la circolazione di significati culturali su scala globale, resa ancora più evidente dagli usi sociali del digitale. 

A partire da queste premesse, il rischio del culturalismo, in ambito educativo ma non solo, può essere definito come l’affermazione di una sorta di feticismo della cultura che porta a incanalare le appartenenze culturali in definizioni essenzializzanti, incasellando i soggetti in etichette omogenee e statiche, spesso formulate su base geografica, nazionale o religiosa. Irrigidendo e stereotipizzando le diversità, si tende così a trascurare, da una parte, la molteplicità di fattori che concorrono a diversificare il posizionamento delle persone rispetto alla propria cultura, come la classe sociale, il genere, l’età, le convinzioni politiche, la provenienza urbana o rurale, e, dall’altra, il modo in cui esse stesse percepiscono e definiscono il proprio senso di appartenenza culturale. In questa prospettiva, il rischio di produrre una visione folklorizzata delle differenze appare quindi molto concreto e rappresenta un ostacolo all’inclusione. Se consideriamo, infine, che qualsiasi istituzione educativa è, a sua volta, essa stessa espressione di una specifica cultura, fatta di norme, valori, comportamenti, scansioni temporali e modalità di utilizzare lo spazio che stabiliscono routine spesso date per scontate, una riflessione critica e relativizzante sulle culture in gioco nei contesti educativi appare quanto mai importante e necessaria. 

BIBLIOGRAFIA

Benadusi M., La scuola in pratica: prospettive antropologiche sull’educazione, Firenze, Editpress, 2017.

Dei F. (a cura di), Cultura, scuola, educazione: la prospettiva antropologica, Ospedaletto, Pacini, 2018.

Simonicca A. (a cura di), Antropologia dei mondi della scuola. Questioni di metodo ed esperienze etnografiche, Roma, CISU, 2011.

Tassan M., Antropologia per insegnare. Diversità culturale e processi educativi, Bologna, Zanichelli, 2020.

PER APPROFONDIRE

Per approfondire

• Biffi E., Cosa può fare ed essere un bambino oggi? Riflessioni pedagogiche sul contributo dell’infanzia nella
società contemporanea, in “Pedagogia oggi”, vol. 16, n. 2, 2018, pp. 205-226.
• Cavarero A., Tu che mi guardi, tu che mi racconti, Milano, Feltrinelli, 1997.
• Montà C., Children’s education for participation in public, formal and structured decision-making
processes. Moving between policy and practice, Roma, Armando Editore, 2022.
• Rinaldi C., Giudici C., Krechevsky M. (a cura di), Rendere visibile l’apprendimento, Reggio Emilia, Reggio

Scopri gli altri ruoli della PSLZero6

Attuale