Menu
SENTIERI INCLUSIVI
Elisa Rossoni e Moira Sannipoli
Creare una comunità di gioco e di vita con e per i bambini e le bambine
“IL BUON GIOCO SI REALIZZA ATTRAVERSO UN GRUPPO DI PERSONE CHE GIOCANO”
De Koven, 2019, p. 21
I servizi per la prima infanzia costituiscono i primi spazi comunitari per bambini e bambine, luoghi che si sviluppano e si inseriscono in una comunità e che costituiscono essi stessi una comunità con i bambini, le famiglie e il territorio. Nei servizi educativi per lo 0-6 i bambini sperimentano esperienze socializzanti significative, incontrano e conoscono gli altri e, soprattutto, hanno la possibilità di giocare insieme. Il gioco costituisce uno spazio di possibilità, creatività, libertà e formazione della propria identità: non costituisce solamente un’occupazione per il bambino o un esercizio di capacità, ma è il modo attraverso cui il bambino conosce e abita il mondo e dice di sé. Quando si gioca si è immersi in una condizione ottimale di concentrazione dove, per il piacere di giocare, ci si impegna in un’attività che non è troppo sfidante e quindi frustrante e neppure troppo semplice e quindi poco interessante (Csíkszentmihályi, 1990). Nello spazio protetto e circoscritto del gioco è possibile trasformare il reale, “fare finta di” vivere situazioni, prove ed emozioni che magari non si sono mai sperimentate, che possono spaventare o attrarre: divertendosi, ci si impegna seriamente ad affrontarle, anche se non sono necessarie (Suits, 2021). Sfidando possibilità e limiti, il gioco allena alla vita, sollecita a immaginare altri mondi possibili e altre modalità di esserci e divenire. Nel cerchio magico del gioco si può, dunque, permettersi di provare, sbagliare, riuscire, sperimentare risorse e fragilità che trovano tempo e spazio di rielaborazione nel gioco. Il gioco è un’esperienza vitale, fondamentale, intrinsecamente afinalistica (Antonacci, 2012) e inclusiva. Giocare insieme crea una comunità di gioco. Giocare è una condizione imprescindibile per vivere bene che dovrebbe riguardare tutti i partecipanti e non limitata a una sola squadra o a un solo giocatore (De Koven, 2019), dovrebbe riguardare tutti i bambini e le bambine, nessuno escluso. Per partecipare al cerchio magico del gioco – ci ha insegnato De Koven (2019) ‒ occorre sentirsi sicuri, affidarsi e avere fiducia negli altri partecipanti, avere una certa familiarità con il gioco che si sta per svolgere e condividere delle regole, senza le quali non è possibile il dispiegarsi del gioco stesso. Ma è anche possibile modificarne lo svolgimento, interromperlo, abbandonarlo momentaneamente o definitivamente, modificarne le regole se non addirittura imbrogliare opportunamente. Il gioco non dovrebbe, quindi, essere definito a priori e proposto rigidamente secondo una retorica moraleggiante o strumentale che lo utilizza sempre e in ogni caso come un’attività utile per insegnare qualcosa ai bambini o addomesticarli. Il gioco dovrebbe essere pensato e proposto intenzionalmente e minuziosamente ponendo attenzione alle caratteristiche peculiari di ogni tecipante, al suo benessere, alle sue possibilità e limiti, alla sua disponibilità a mettersi in gioco e al divertimento del singolo e del gruppo. È responsabilità dell’adulto curare esperienze educative che possano favorire e stimolare la partecipazione al gioco, in particolare nelle situazioni in cui il bambino gioca in modo inedito, mette in atto comportamenti a cui è difficile attribuire un significato o fatica ad avviare una relazione ludica. Non sempre il gioco nasce e si sviluppa con la stessa urgenza e naturalezza che ha in un percorso tipico di sviluppo, e i bambini con fragilità cognitiva, comunicativa, motoria, emotiva e relazionale necessitano di essere accompagnati e sostenuti nell’imparare a giocare, nell’ampliare le loro abilità ludiche, nel condividere esperienze con gli altri. Occorre mettere in discussione l’assunto in base al quale tutti i bambini debbano adattarsi a un ambiente che, spesso, risulta disabilitante o non pensato per accogliere la complessità e il mistero che ogni bambino custodisce, per progettare e creare un ambiente in cui i bambini e le bambine possano sperimentare la libertà di giocare in relazione alle loro capacità, desideri, interessi e peculiarità (Riva e Rossoni, 2022). Occorre allestire spazi adeguati alle caratteristiche sensoriali, cognitive e fisiche di ognuno perché se, per esempio, un ambiente è eccessivamente distraente, rumoroso o luminoso o non accessibile potrebbe costituire una barriera alla partecipazione dei bambini più fragili da un punto di vista intellettivo, motorio o che presentano peculiarità percettive. Occorre curare e organizzare il tempo perché se un bambino non comprende quanto durerà il gioco o gli chiediamo di rimanere attento e fermo per un tempo superiore alle sue capacità, difficilmente si renderà disponibile a collaborare. Se il bambino non comprende ciò che deve fare o gli viene proposto un gioco poco interessante, si potrebbero generare evitamento, rifiuto e chiusura. Se il corpo dell’adulto, attraverso il linguaggio verbale, non verbale, gestuale o iconico, non è coerente e intenzionale, e se il corpo del bambino non viene rispettato nelle sue possibilità, non si potrà instaurare un dialogo corporeo e ludico. È necessario allora strutturare lo spazio, il tempo, i materiali e i corpi, ma anche personalizzare un gioco a partire dalle capacità e potenzialità del bambino, a partire da un progetto individualizzato che definisce gli obiettivi di un percorso educativo. Occorre, quando necessario, semplificare un gioco in modo da non fare richieste che eccedono le capacità del bambino: un bambino che costantemente si confronta con i suoi limiti e che deve, invece, vivere la possibilità di sentirsi capace, di riuscire per essere rinforzato nella sua autodeterminazione e autostima e sentirsi libero di compiere lo sforzo e la fatica di giocare, per il semplice piacere di farlo. Per garantire la partecipazione quanto più autonoma e attiva al gioco, l’adulto non dovrebbe mai sostituirsi al bambino ma rispettarne tempi, limiti e possibilità per riconoscere il desiderio di ogni bambino e bambina a provare, sperimentarsi, sbagliare, riuscire, percepirsi persona in grado di agire e decidere, e non essere sempre e solo oggetto di cura e assistenzialismo. L’educatore dovrebbe rendersi disponibile a giocare e farsi mediatore del gioco e della relazione con gli altri, guidando le possibilità di interazione e lasciandosi guidare da ciò che accade tra i bambini nel gioco. Solo riconoscendo e valorizzando le differenti caratteristiche di ciascuno e ciascuna la comunità di gioco può costituire un’effettiva possibilità di inclusione, creando occasioni per stare insieme che non si limitino a una proclamazione ideologica o a concretizzarsi in “attimi di ordinaria esistenza derivati da una benevola elargizione o dalla concessione da parte di altri – compagni di classe, adulti, istituzioni, società” (Caldin e Giaconi, 2021, p. 45). In questo senso, crediamo che il territorio universale dei giochi del mondo possa costituire un terreno di incontro e scambio tra i bambini e le bambine, e che possa favorire e promuovere la possibilità di decentrarsi da sé per incontrare l’altro diverso da sé e ritornare arricchiti a sé.
Elisa Rossoni, docente a contratto, Dipartimento di Scienze umane per la formazione “Riccardo Massa”, Università degli Studi di Milano-Bicocca.
Moira Sannipoli, professoressa associata di Didattica e Pedagogia speciale, Università di Perugia.
PER APPROFONDIRE
Antonacci F., Puer Ludens, Milano, FrancoAngeli, 2012. Caldin R., Giaconi C., Disabilità e cicli di vita, Milano, FrancoAngeli, 2021.
Csíkszentmihályi M., Flow, New York, Harper & Row, 1990. De Koven B., Buon gioco. Giocare bene per vivere bene, Trento, Erickson, 2019.
Riva C., Rossoni E. (a cura di), La Ludotecnica Inclusiva, Milano, FrancoAngeli, 2022.
Suits B., La Cicala e le formiche, Reggio Emilia, Edizioni Junior-Bambini Srl, 2021.