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Cinema
Abstract
L’atteggiamento di chi educa costituisce un fattore cruciale per la qualità della relazione educativa. Più che dalle tecniche e dagli strumenti impiegati, infatti, la crescita armonica dei bambini e delle bambine è sospesa alla capacità dell’adulto di vedere ciascun soggetto nella propria unicità, nonché di sintonizzarsi empaticamente con i suoi vissuti emotivi.
Dopo aver delineato ciò che può connotare uno sguardo che vede e un ascolto che sente davvero l’altro, nel presente articolo si metteranno a fuoco alcune disposizioni di uno stile educativo fenomenologicamente orientato. Verranno inoltre avanzate possibili direzioni formative per coltivare, nel/nella professionista dell’educazione, la competenza empatica a partire dalla cura di sé.
Parole chiave
Sguardo educativo, pedagogia fenomenologica, empatia, ascolto, sentire
Contatti
antonella.arioli@unicatt.it
Il cinema, oltre a essere uno spazio fisico dove immergersi insieme ad altri spettatori in una storia narrata per immagini, è un luogo magico e simbolico che conduce lo spettatore all’interno di una rappresentazione della realtà, dentro differenti visioni del mondo che consentono di ragionare sul mondo stesso.
Il cinema è un ambiente di formazione, è un dispositivo visivo e educativo che può essere proposto a bambini e bambine per educare lo sguardo, per creare curiosità, un’attitudine critica e una conoscenza affettiva e poetica, per ampliare l’immaginario, per arricchire le esperienze, per generare possibilità di trasformazione e cambiamento verso la formazione della persona.
Comunicazione
(Farnaz Farahi)
ma si traduce nella necessità di sviluppare piena consapevolezza circa la natura e gli effetti del messaggio trasmesso ai bambini. Non bisogna dimenticare, infatti, che il processo comunicativo è sempre di natura circolare (Watzlawick et al., 1971).
La responsabilità che accompagna l’atto comunicativo adulto-bambino, a sua volta, si collega alla conoscenza dei molteplici linguaggi di cui l’infanzia si caratterizza. In altre parole, comunicare con i bambini non significa farlo soltanto a livello contenutistico, dando informazioni e indicazioni, quanto a livello simbolico.
Significa adottare il linguaggio corporeo, grafico, sonoro, creativo, valorizzando la componente figurativa della comunicazione, accanto a quella più propriamente razionale. Significa adattare parole, modalità e tempi a quelli del bambino, senza procedere attraverso criteri standardizzati e anonimizzati (Edwards et al., 2017).
In questo senso, comunicare, nella prospettiva 0-6, è un processo sì esperienziale e relazionale, ma fondamentalmente flessibile. Un approccio dialogico, in grado di ascoltare il bambino e sintonizzarsi con le sue molteplici modalità espressive, favorendo l’emergere di significati condivisi. Una comunicazione, in definitiva, che non si riduca a semplice strumento educativo, ma diventi essa stessa esperienza formativa generativa, dai forti connotati non solo pedagogici e didattici, ma anche interculturali. Non uno spazio neutro, ma di incontro e dialogo, che sia occasione di riconoscimento reciproco e, oltretutto, strumento di appartenenza (Cambi, 2012).
Bibliografia
Cambi F., Incontro e dialogo. Prospettive della pedagogia interculturale, Roma, Carocci, 2012.
Campanini G., Carboni G., Nomen. Latino-Italiano. Italiano-Latino, Torino, Paravia Bruno Mondadori, 2002.
Edwards C., Gandini L., Forman G. (a cura di), I cento linguaggi dei bambini. L’approccio di Reggio Emilia all’educazione dell’infanzia, Parma, Edizioni Junior, 2017.
Watzlawick P., Beavin J.H., Jackson D.D., Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi delle patologie e dei paradossi, Roma, Astrolabio-Ubaldini, 1971.
Farnaz Farahi, PhD, ricercatrice di Pedagogia generale e
sociale, Dipartimento di Scienze Umane e Sociali (DISUS),
membro di Centro Ricerca Educazione Didattica Digitale Innovazione sociale (CREDDI), Università eCampus