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SENTIERI INCLUSIVI

Elisa Rossoni e Moira Sannipoli

Celebrare, ogni giorno, la diversità insieme a bambini, bambine e artisti

E DANDOSI PACCHE SULLE SPALLE SE NE ANDARONO, PIÙ CONTENTI CHE MAI. MENTRE IL PERFETTO RESTÒ LÌ, SOLO, A BOCCA APERTA. COME UN VERO, PERFETTO STUPIDO

Beatrice Alemagna, 2014

Scena prima. Interno giorno. Sullo schermo di un computer appaiono i volti dei partecipanti a un GLO (Gruppo di Lavoro Operativo per l’Inclusione), ognuno separato e rinchiuso nella casella di una piattaforma di videoconferenze. I personaggi in scena sono: un’insegnante di scuola dell’infanzia, un’educatrice specializzata per le attività di sostegno, una neuropsichiatra, una neuropsicomotricista dell’età evolutiva, una coordinatrice di un centro educativo diurno, una madre. La madre chiede all’insegnante e all’educatrice in che modo “fanno inclusione” e come hanno spiegato ai bambini alcuni comportamenti “bizzarri” del figlio, un bambino con autismo. Le insegnanti appaiono disorientate dalla domanda, lo sguardo vacilla, esitano e poi spiegano che solitamente i bambini, fino a 5-6 anni, non fanno domande perché non vedono ancora la diversità. Segue un attimo di silenzio. Un silenzio sospeso che attende ulteriori chiarificazioni. Riprende, tentennante, l’insegnante: “Ma se dovessero chiedere spiegazioni diremo che il loro compagno è malato”. Tutti spalancano gli occhi increduli. La madre chiosa con tono pacato: “Ma mio figlio non è malato. L’autismo non è una malattia”. L’insegnante replica spazientita: “Che altro potremmo dire a bambini di 3 anni per spiegare l’autismo? Che altro potrebbero capire?”. Silenzio. Sullo schermo compaiono diverse mani gialle aperte per prendere parola. Fine scena prima. Non si tratta di un film neorealista di Rossellini o Comenicini (di cui segnaliamo, a proposito di infanzia, il documentario I bambini e noi, visibile su RaiPlay), non siamo nell’immediato dopoguerra. Abbiamo descritto una scena che si ripete, ancora troppo spesso, sul palcoscenico odierno delle scuole e dei servizi educativi, dove viene messo in scena, acriticamente e più o meno inconsapevolmente, lo stesso identico copione del consueto, di abitudini cristallizzate, del già noto e del già visto. Un copione basato sull’idea di un’infanzia pura e ingenua che sembra non accorgersi dell’alterità, un’infanzia da proteggere dal perturbante e da conformare a un unico e definitivo modello di persona. Un copione che segue indefesso la Via della scissione tra salute e malattia, tra normale e patologico, tra chi si presume sia normale e chi non è in grado di adattarsi e conformarsi a tale presunto criterio di normalità, chi non fa con zelo ciò che deve fare (Fromm, 2023) o chi non può fare quanto la società si aspetta perché reso vulnerabile da una situazione specifica e contestuale, sociale e storica che può generare, amplificare ed esacerbare l’esposizione alla fragilità e alle difficoltà della vita. “Riassumendo, l’anomalia può sfociare nella malattia, ma non è di per sé solo una malattia” (Canguilhem, 1998, p. 110). L’incapacità di adattarsi non è necessariamente patologica ma potrebbe rappresentare una diversa possibilità di interagire con la realtà seguendo schemi di riferimento differenti o alternativi. “L’anomalia è l’elemento di variazione individuale che impedisce a due esseri di potersi sostituire l’uno all’altro in modo completo. […] Ma diversità non significa malattia. L’anomalo non è il patologico” (ivi, p. 106). È necessario, dunque, scrivere nuove sceneggiature che sviino dalle trame stantie di un paradigma culturale escludente la fragilità per riprendere la Via di una trasformazione e formazione integrale, attenta alla complessità, al riconoscimento di ogni persona e alla valorizzazione delle differenze. Come ci ha insegnato Riccardo Massa, è necessario mettere in discussione la convinzione che un copione sia un testo sacro e intoccabile da interpretare letteralmente, ma considerarlo piuttosto una partitura psico-corporale prodotto di un processo di formazione di gruppo (Antonacci e Cappa, 2001). Insieme ai bambini e alle bambine potremmo, allora, affrontare qualsiasi argomento, con modalità e figurazioni adeguate alla loro comprensione del mondo e delle relazioni: si potrà parlare di diversità come possibilità di arricchimento reciproco, di autismo come di un ulteriore modo di essere compreso nella molteplicità dei modi di essere di ciascuno. Sono gli stessi bambini, che con il loro slancio vitale e impetuoso di conoscere e abbracciare gli altri, le cose e il mondo, ci guidano a riscoprire il desiderio di essere curiosi dell’Altro da Sé, a divenire adulti che non si limitano a sezionare e incasellare la realtà ma si lasciano interrogare da essa e dalle sue anomalie. E se talvolta può essere difficile trovare le parole per parlare con i bambini e le bambine di temi che preferiremmo tacere per ipocrisia, paura o poca conoscenza, possiamo rivolgerci all’inesauribile fonte di nutrimento e rigenerazione che è l’arte, nelle sue diversificate forme e linguaggi espressivi. Storie, poesie, albi illustrati, opere pittoriche, canzoni, cortometraggi di artisti che hanno ri-creato e ri-presentificato la realtà, hanno reso visibile qualcosa che ancora non esiste, hanno liberato il presente dalla sua fissità aprendo spazi di rielaborazione dell’esperienza (Antonacci e Berni, 2024). “In mezzo c’è il bambino e nessuno sembra accorgersi dell’intimo legame che ogni giorno, gesto dopo gesto, una compagna sta intessendo. Apre e chiude la finestra quando vede che il sole lo colpisce e lui prova fastidio, sfoglia le pagine del libro che lui non legge, conosce a menadito lo zaino e l’ordine con cui sono riposte le sue cose, trova la merenda, scarta, buca la pellicola del succo con la cannuccia dalla parte più appuntita, glielo porge, lui batte con il dito sulla fòrmica del banco un ritmo lento o accelerato a seconda dei balzi che fa il cuore. Lei non pensa, non crede serva un medium per parlarci come se lui fosse un trapassato. Imparano a vicenda un’altra lingua, il solo codice morse che si può tentare, forse è soltanto questo l’esame da passare” (Vecchini, 2023, p. 53). In mezzo al gruppo di lavoro operativo per l’inclusione, rappresentato nella scena iniziale, c’è il bambino. Ci sono i bambini e le bambine che, insieme agli artisti, ci mostrano che la diversità e la disabilità non sono una malattia, un’eccezione o una deroga alla regola, né un destino né un’identità (Gardou, 2006), ma la celebrazione festante di una comunità di persone uniche. 

AHAAA! RISE LO SBAGLIATO. IO, CHE SONO TUTTO SBAGLIATO, QUANDO MI RIESCE QUALCOSA SI FA FESTA!

Beatrice Alemagna, 2014

PER APPROFONDIRE

Alemagna B., I Cinque Malfatti, Milano, Topipittori, 2014.

Antonacci F., Berni V. (a cura di), Le arti dell’educare, Milano, FrancoAngeli, 2024.

Antonacci F., Cappa F. (a cura di), Riccardo Massa. Lezioni su La peste, Il Teatro, L’educazione, Milano, FrancoAngeli, 2001. Canguilhem G., Il normale e il patologico, Torino, Einaudi, 1998.

Fromm E., I cosiddetti sani. La patologia della normalità, Milano, Mimesis, 2023.

Gardou C., Diversità, vulnerabilità e handicap. Per una nuova cultura della disabilità, Trento, Erickson, 2006.

Vecchini S., I bambini si rompono facilmente, Milano, Bompiani, 2023.

 

 

Elisa Rossoni, docente a contratto, Dipartimento di Scienze umane per la formazione “Riccardo Massa”, Università degli Studi di Milano-Bicocca.

Moira Sannipoli, professoressa associata di Didattica e Pedagogia speciale, Università di Perugia.

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