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LE PAROLE DELL’EDUCAZIONE
Avventura
Elena Granata
Abstract
L’articolo riflette su come gli spazi fisici e simbolici siano “terzi educatori” e offrano affordance diverse a bambini, bambine e adulti. Attraverso gioco e narrazione i bambini e le bambine si appropriano dei luoghi, che diventano parte della loro biografia. Un’esperienza di quartiere intorno al Natale mostra il potere dell’immaginazione nel trasformare lo spazio pubblico in ambiente educativo condiviso.
parole chiave
Affordance dell’ambiente, gioco e narrazione, immaginazione, fantasia, comunità educante
Contatti
andrea.pintus@unipr.it
"Lungo alcune strade si incontrano giardini involontari: li ha creati la natura. Non danno l’impressione di essere selvatici e tuttavia lo sono. Un indizio, un fiore particolare, un colore vivo, li distingue dal paesaggio circostante”
Gilles Clément, 1991
Protetti e chiusi in piccoli recinti di sicurezza – l’asilo, la scuola, la palestra, il parco giochi – bambine e bambini crescono oggi in mondi ovattati, plastificati, iper-illuminati. Hanno perso da tempo l’esperienza della strada e della piazza, il tempo passato nei cortili con gli amici fino al rientro serale, le corse nei prati, le capriole sull’erba. Non hanno più spazi in cui prendere confidenza con il mondo senza la supervisione continua di un adulto. Perché la percezione del rischio, spesso amplificata dalle ansie dei genitori, finisce per iper-proteggerli e ridurre la varietà delle esperienze dell’infanzia. Eppure, come ricorda il filosofo francese Thierry Paquot, i bambini sono “cercatori di esterni” (Paquot, 2022): escono dal corpo della madre, poi dalla culla, poi dalla classe e infine dalla casa, spinti da una curiosità che è parte essenziale della crescita, come se ci fosse sempre un altrove che li chiama. È attraverso il gioco – fondamentale disciplina indisciplinata – che imparano a conoscere il mondo: le regole, i pericoli, i sensi, la gioia dell’invenzione. Ma se i bambini sono esploratori per natura, che cosa incontrano oggi quando escono dai loro gusci protettivi? La loro autonomia è sempre più ritardata, come se la libertà dovesse attendere un tempo indefinito, rimandata da paure, protocolli, ansie di controllo. Anche durante il semplice percorso casa-scuola, che in Paesi come la Svizzera o il Giappone è considerato un’occasione preziosa per imparare a orientarsi e muoversi da soli, il bambino viene accompagnato da un adulto. Eppure, tra le esperienze più formative c’è proprio l’avventurarsi oltre i confini di casa senza un adulto, misurandosi con la città, con i sentieri, con gli imprevisti. Restituire ai bambini e ai ragazzi il gusto dell’avventura significa offrire loro la possibilità concreta di viverla, riconoscendola come parte essenziale del percorso di crescita. Non esiste un’attitudine innata all’avventura: è l’esperienza educativa, fin dalla prima infanzia, a suscitare il desiderio di esplorare e misurarsi con il mondo, con forme e intensità diverse nelle varie età della vita. Spetta agli adulti – genitori, educatori, insegnanti – “stabilire come, dove e quando i ragazzi possano e debbano correre la loro avventura, e sperimentare quella libertà d’azione che dovranno poter contrapporre agli adulti stessi” scriveva anni fa Riccardo Massa (1989, p. 75), che al tema dell’avventura ha dedicato grande attenzione. Il primo luogo che consente l’avventura e la sperimentazione dovrebbe essere il quartiere dove i bambini e le bambine vivono. Penso al progetto chiamato Mellemrummet, spazio di mezzo, nel quartiere di Ørestad Syd a Copenaghen: si tratta di un’area residuale che è stata trasformata in un paesaggio di possibilità. Pendenze, isolotti di calcestruzzo, vegetazione spontanea, un terreno irregolare che invita a correre, arrampicarsi, inventare percorsi. A differenza dei playground più consueti, qui non ci sono altalene standard, giostre girevoli e scivoli prefabbricati. È uno spazio ludico ma anche un’infrastruttura verde che assorbe acqua piovana, modera il microclima e sostiene la biodiversità, rendendo la città più resiliente al cambiamento climatico. Le aree modellate con pendenze, depressioni o “isolotti” di terreno permettono da una parte di raccogliere e deviare l’acqua piovana, evitando allagamenti nelle strade circostanti, e dall’altra parte di stimolare l’esplorazione libera e il gioco spontaneo. I bambini si arrampicano, saltano, corrono, scoprono il paesaggio e interagiscono con la natura, mentre gli adulti passeggiano, leggono, chiacchierano senza alcuna ansia di controllo. La vegetazione e la permeabilità delle superfici contribuiscono a ridurre le temperature estive, creando microclimi più freschi. È uno spazio di gioco ma è anche un dispositivo per raccogliere l’acqua piovana e mitigare l’impatto della crisi climatica. È una lezione di ecologia a cielo aperto. Per i bambini significa poter giocare in sicurezza anche nei periodi caldi, e questo è un vantaggio per tutti. Mellemrummet è un esempio chiaro di come l’urbanistica possa mettere i bambini al centro senza in uno spazio ibrido, pensato per tutti.
Bibliografia
Massa R. (a cura di), Linee di fuga. L’avventura nella formazione umana, Firenze, La Nuova Italia, 1989.
Paquot T., Pays de l’enfance, Terre Urbaine, coll. L’Esprit des Villes, 2022.
Elena Granata, docente di Urbanistica al Politecnico di Milano.
CIAO ALESSIA, HARMAN, SOFIA -PABLO