Menu
FATICHE E CONSAPEVOLEZZE
Posture in ricerca per intravedere le fatiche nella complessità dell’educare
Posture in ricerca per intravedere le fatiche nella complessità dell’educare
Ilaria Dall’Olio
Pedagogista, Area Specialist Educazione, Proges cooperativa sociale,
Parma Carlotta Carpana
Coordinatrice pedagogica, Proges cooperativa sociale, Parma
Rita Lorena Paone
Pedagogista, Proges cooperativa sociale, Parma
Abstract
Qual è la narrazione che le educatrici e le insegnanti fanno delle bambine e dei bambini? Con quali lenti osservano e decodificano i loro bisogni e le loro risorse? Dopo un’introduzione sulle domande di problem posing con cui il gruppo educativo incontra e intravede i bambini con le loro storie, si procede tracciando le dimensioni critiche emerse da focus group con educatori e insegnanti di servizi 0-6 di Parma e Reggio Emilia. La chiave di lettura proposta bilancia lo sguardo sui bisogni come rivelatori di rischi e necessità di tutela, con l’interpretazione dei bisogni come emersione dei valori educativi centrali nei servizi.
Parole chiave
Riflessività, intenzionalità, bisogni, domanda, ricerca
Contatti
ilaria.dallolio@proges.it carlotta.carpana@proges.it rita.paone@proges.it
“I DIRITTI DI PARTECIPAZIONE SONO DIRITTI DI LIBERTÀ: RICONOSCERLI ALL’INFANZIA SIGNIFICA RICONOSCERE LA LIBERTÀ DEI BAMBINI E DELLE BAMBINE ED È SU QUESTO RICONOSCIMENTO CHE IL MONDO ADULTO VIENE SFIDATO
LA FATICA DI EDUCARE NELLA COMPLESSITÀ CONTEMPORANEA
La “fatica di educare” si situa nella necessità di una nuova lettura dei bisogni – posto che questo sia un mandato fondante e riconosciuto dei servizi educativi – che richiede di individuare strategie quali un cambio di lenti per focalizzarsi meglio e un lavoro di problem posing (Freire, 2022) che dubita e ipotizza. Il problem posing è ritenuto anche in educazione una “strategia riflessiva” che aiuta i gruppi educativi a tradurre in domande generative, i pensieri, le riflessioni e i dubbi originati dalla natura di un problema; risponde alla necessità di costruire domande di ricerca aperte e sensibilizzanti che supportano nell’individuazione di strade alternative e nel dare forma a un pensiero rinnovato (proprio perché se è noto l’obiettivo può non esserlo il percorso per raggiungerlo)1 . La fatica di educare, in questa prospettiva di ricerca operativa nei servizi, apre possibilità progettuali, interrogativi e una riflessione inedita, priorizza e rende evidenti i valori educativi che animano la quotidianità. Ma soprattutto questo lavoro ci allontana dal rischio di fare modello delle pratiche educative mentre ci avvicina alla loro decostruzione e ricostruzione. Ci presenta un bambino non oggetto ma soggetto, che nei servizi trova spazio per uscire dalla performatività e dall’iper-stimolazione per concedersi la libertà di fermarsi e rallentare. Oggi sono in evidenza nuove fragilità genitoriali che portano i genitori stessi all’attivazione dei servizi principalmente come spazi di cura e affidamento, mettendo probabilmente in secondo piano i bisogni inespressi che ci richiamano alle funzioni “sociali” del servizio educativo, quindi non come luogo della richiesta individuale ma come spazio di comunità. La fatica è oggi quel la di ricercare e cambiare lenti perché queste mettano in luce reali elementi trasformativi dei problemi in risorsa e che ci portino verso una nuova “ricomposizione della pratica” anche per la necessaria “ricollocazione politica” dei servizi. Chi sono i bambini? Nei servizi educativi l’incontro quotidiano con i bambini e le bambine è pensato e intenzionalmente fondato. In pedagogia si chiede a chi si accingesse a educare di andare oltre l’oggetto dell’educazione e mantenere “l’esigenza di senso” soprattutto nel gesto educativo (Bertolini, 1988). L’educatrice al nido e l’insegnante alla scuola dell’infanzia guardano, osservano, si immergono e si attivano in incontri quotidiani con le bambine e i bambini. Sembrerebbe quindi indispensabile conoscere cosa le educatrici e le insegnanti pensano dei bambini, che idea ne hanno, chi pensano di trovarsi accanto e che nuove fatiche stanno vivendo in questa relazione d’incontro. “Non è possibile avere un’idea astratta dei bambini” è necessario vedere con i loro occhi, ad esempio a partire dalla fantasia quale dimensione eletta di conoscenza e apprendimento; le bambine e i bambini bisogna pensarli come “viventi nel mondo di tutti” (Rodari, 1973).
RIFLESSIVITÀ E PROBLEM POSING: ATTI DI INTENZIONALITÀ
Si sente necessario, oggi, proprio per la complessità delle relazioni, delle narrazioni e di proposizione dei problemi e dei bisogni, attivare una riflessione intenzionale, meglio se collettiva, su che cosa ci stanno dicendo i bambini con loro le famiglie, e chiedersi, con fare professionale, chi ci sta ponendo delle nuove domande e cosa riusciamo a intravedere oltre al fatto che si viene “colpite, stupite, destabilizzate”.
Le immagini si riferiscono ai servizi educativi della cooperativa Il Mosaico Servizi (Lo)
Chi vediamo quindi? Problemi e bisogni o bambine e bambini quali persone con cui essere presenti, attenti e “curanti”? Che cosa ci raccontano le bambine e i bambini con le loro storie e con lo sguardo “fantasioso” di cui parla Rodari? Può il gruppo di lavoro porre attenzione alle lenti con cui si accinge a guardare e a diventare “soggetto” di questo sguardo, cercando nella proposizione dei problemi o delle difficoltà, nuove possibilità educative e storie che ci abilitano e ci richiamano a una professionalità rinnovata e più utile? Quale è lo sforzo di cambiamento di postura per scorgere le potenzialità e le opportunità a fronte anche di problemi molto complessi? La pedagogia non studia astrattamente l’educazione e la formazione dell’individuo ma indaga i significati, costruisce le narrazioni, tiene conto delle biografie, agisce un sapere riflessivo, reso autentico dall’incontro quotidiano diretto e potente (se vissuto in empatia), alimentato da uno studio e da una ricerca pedagogica continua e operativa. Il cambiamento di postura e di lenti potrebbe a nostro avviso sostenerci nell’individuare nuovi gesti di ascolto, permettere ai bambini di esprimere nella dimensione della “lentezza” ciò che sanno e vorrebbero dirci, anche ciò che è ancora inedito ai nostri occhi. Che bambino c’è dietro le espressioni emotive che oggi ci spiazzano (con episodi di rabbia, richiesta continua di attenzione, de-concentrazione a fronte di iper-stimolazione…?) e che ci fanno sentire professioniste senza strumenti o che rischiano di portarci a focalizzare lo sguardo sul problema, imponendoci quindi un’operazione di “distorsione pedagogica”?
Vedere il problema, la difficoltà e non le possibilità, le capacità, le lateralità può limitare la scelta di mantenere nel gruppo educativo un fare co-evolutivo in cui il problem posing abbia invece un ruolo centrale e sia individuabile come la pratica fondativa del lavoro pedagogico, ma soprattutto antidoto della “fatica di educare”. Non esistono probabilmente risposte ai problemi complessi che ci vengono posti, ma esistono domande “esistenziali” che supportano il gruppo educativo nel determinare le cornici dell’ascolto e dell’osservazione e le “gradazioni” delle lenti a contatto che potremmo utilizzare. Saper porre le giuste domande vuol dire essersi allenate mentalmente a una vera e propria azione faticosa e di resistenza senza la quale però non potremmo pensarci dentro a nessun necessario cambiamento. Se sono cambiati i bambini, anche le famiglie lo sono, e così il mondo, pertanto anche un gruppo di professionisti che agisce in un servizio educativo qualitativamente definito non può che cambiare.
COORDINATRICI PEDAGOGICHE PROMOTRICI E ALLENATRICI
Le pratiche riflessive sono oggi supportate da figure professionali che sanno sostenere il “disorientamento” e lo sforzo che la complessità delle condizioni dell’infanzia richiede alle educatrici e ai gruppi; tale lavoro di supervisione e co-formazione attiva una forte connessione emotiva nel gruppo educativo, nel senso che si opera per portare in emersione le emozioni, motore del nostro apprendimento, le quali si manifestano in modo sincronico alla cognizione e diacronico nella nostra memoria (Lucangeli, 2019); darsi un metodo di ricerca così strutturato aiuta ad abitare i confini non come spazi di spaesamento ma come possibilità per ampliare le visioni di ciascuno. La fatica di educare è oggi una condizione a cui probabilmente si affianca una memoria emotiva pesante. Il problem posing e la modifica di sguardo che si propone diventano “antidoto” perché quando ci si pongono di fronte la complessità, lo spiazzamento e il senso di inadeguatezza si costruisce un’altra mappa emotiva, dove all’ansia di non sapere che cosa fare si contrappone l’emozione che scaturisce dalla gioia di apprendere e di arricchirsi, di condividere gli sguardi e i gesti. Questo processo riflessivo nutre i gruppi di lavoro, li energizza, favorisce lo sviluppo della consapevolezza di sentirsi capaci e potenti. “Forse è la parola più bella del vocabolario italiano” (frase attribuita a Giacomo Leopardi) perché apre delle possibilità, delle non certezze. Perché non cerca la fine, ma va verso l’infinito. Indossare nuove lenti non è quindi solo legato al fatto di acquisire più dati, più informazioni rispetto a una migliorata capacità osservativa e di sguardo, ma è soprattutto concepirsi come “traduttori” della realtà, di ciò che si vive, utilizzando le emozioni vissute per accomunarle alla capacità di proporre degli interrogativi e dei dubbi (i forse).
LA VOCE DELLE EDUCATRICI E DELLE INSEGNANTI DAI SERVIZI
0-62 Alle coordinatrici pedagogiche, le educatrici e le insegnanti è stato chiesto dalla cooperativa di agire un lavoro metacognitivo per dare forma a quella che oggi è percepita come la fatica dell’educare, hanno proposto alcune riflessioni che possono diventare utili a questo “lavoro di ricerca operativa”, se viene considerato come oggetto necessario ai gruppi educativi dei servizi. La fatica di educare non è solo una percezione, a volte pensata come malcontento o lamentazione, ma si sostanzia nella fragilità delle relazioni educative vissute sia con i genitori che con le bambine e i bambini, che ci sembrano diventare sempre più incomprensibili se non si fa lo sforzo di cambiare punto di osservazione e di proporre nuovi interrogativi. Bateson sosteneva: “Siamo le relazioni che viviamo e diventiamo le esperienze che facciamo” (Bateson, 1984). Ecco dunque le domande poste ai gruppi educativi, consapevoli che le risposte sarebbero potute arrivate o forse no: “Come mi sento? Che sfide avverto? Che bambine e bambini incontro ogni giorno? Quali sono i loro bi-sogni? Che connessioni provo a tessere? Che boschi provo ad attraversare?”. “Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo” (Pessoa, 1989) ci richiama a comprendere che viviamo in un tempo incerto da cui vorremmo evadere ma il ruolo educativo invece chiede di restare e provare a fare un’operazione di “espansione” per andare oltre l’esistente e il consueto, per generare ciò che non c’era prima. Trovare nuove strade, abitare il confine come possibilità di incontro, provare a infrangere conformismi, fare i conti con la propria storia, con il presente del quotidiano e con il possibile che ancora deve venire sono elementi imprescindibili per chi lavora in educazione. Nella contemporaneità dei servizi, essere adulti pensanti, gentili, cortesi può essere la giusta disposizione in educazione? Adulti che guardano all’infanzia non proiettando loro stessi e senza ridurla a categorie, consapevoli che il nuovo impaurisce, che non si può sapere senza conoscere e che ognuno di noi è implicato nella realtà che vive e nella storia che si porta dentro. Le domande che si fanno a volte vengono fatte tacere, a volte ascoltate, altre accolte o ancora respinte, ma ci attraversano e lo sappiamo tutti. Spesso nel lavoro dei gruppi educativi si pongono domande e si ipotizzano percorsi, confini, bisogni e da lì escono parole intrecciate, pensieri scompigliati, che vedono nascere azioni senza nessuna presunzione di esattezza, ma vissute da persone in ricerca, che sentono su di loro la responsabilità delle relazioni che tessono ogni giorno. I nostri contesti di sezione, sempre più spesso, accolgono solitudini, genitori che vedono il proprio bambino o bambina come qualcuno che li sta mettendo in discussione, promotore di dubbi, di domande a cui spesso non si trovano risposte. Genitori spaesati, culturalmente distanti da ciò che oggi i servizi ancora rappresentano; alcuni riconoscenti della professionalità agita, altri che scelgono di vedere solo l’opportunità di trovare risposta ai bisogni di conciliazione e anche di cura fisica del bambino. Ecco allora che il servizio educativo rischia di diventare soggetto “delegato all’educare e al curare”; viene vissuto come dispensatore di ricette, di consigli sul quotidiano, di luogo in cui cercare risposte dirette e nel qui e ora. Il lavoro diviene così arduo, la fatica si fa sentire, e si ha bisogno di tenere a portata di mano qualche “antidoto”: sostenere e stare accanto per ricercare alleanze con adulti impauriti che vorrebbero il manuale d’istruzione (che comunque contenga ciò che essi pensano giusto) e a cui invece si prestano lenti diverse per guardare il proprio figlio o la propria figlia. I gruppi educativi pensano a occasioni di incontro e di scambio dedicate ai genitori per aggirare le solitudini, ri-organizzando i momenti d’incontro di sezione, allestendo spazi di accoglienza e di convivialità che invitino alla sosta e alla parola, a stare insieme.
Accogliere le biografie di cui ciascuno è portatore è un modus operandi essenziale per creare un contesto che accoglie, che non giudica, che fa sentire parte, ognuno come può. Le bambine e i bambini hanno il diritto di essere visti e pensati da adulti che si pongono in ricerca, che non si accontentano delle etichette, che danno valore all’errore, agendo in una postura di incertezza che apre anziché chiudere; bambini pensati da adulti che mantengono uno sguardo critico verso gli automatismi, svilenti e semplificatori, di una realtà complessa.
CONCLUSIONI POETICHE
Non sentiamo di avere risposte per tutto, siamo esseri dilemmatici che vogliono “abitare poeticamente il mondo” (Bobin, 2019), prendiamo decisioni provvisorie e negoziamo significati. Vogliamo curare il nostro sguardo verso l’infanzia, smontare luoghi comuni, giocare con le nostre convinzioni, chiederci “Chi sei tu per me? Chi sono io per te?” (Formenti, 2024); vogliamo essere educatori che fanno della curiosità la loro cifra stilistica e che sorridono dei propri limiti. Come gruppi educativi in servizio accettiamo la fatica di educare perché la collochiamo dentro a percorsi che ci interrogano come esseri umani e come professionisti della relazione. Non si può sfuggire la fatica di educare e si è trovato un antidoto specifico per gli educatori, che sta nella riflessività del problem posing. La fatica viene compensata dalla bellezza dell’ascolto, dell’empatia, del sentirsi parte, dell’agire collettivo e del sentirsi “liberati dall’oppressione” di emozioni negative come quella di non farcela, di non sentirsi adeguati e del non avere soluzioni da proporre. L’antidoto alla fatica è la potenza che ha in sé la co-educazione e la possibilità di cambiare e di evolvere in un fare operativo di ricerca.
1 Il problem posing fu teorizzato da Freire in Pedagogia degli oppressi (1968), dove lo contrapponeva al modello educativo della banking education secondo la quale chi impara è un vaso da riempire più che un soggetto capace di spirito critico e di problematizzazione.
2 Polo infanzia Merlino (Medesano), nido d’infanzia intercomunale La Rondine (Comuni di Felino e Sala Baganza), nido d’infanzia Magico Mondo (Comune di Colorno), nido d’infanzia La Tana (Comune di Borgo Val di Taro), nido d’infanzia Bellentani (Comune di Bedonia); nido-scuola Otello Sarzi e scuola dell’infanzia Claudel (Comune di Reggio Emilia)
Nicoletta Ferri, ricercatrice e docente di Pedagogia del corpo, Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione, Università degli Studi di Milano-Bicocca.
BIBLIOGRAFIA
Bateson G., Mente e natura, un’unità necessaria, Milano, Adelphi, 1984.
Bertolini P., L’esistere pedagogico, Firenze, La nuova Italia, 1988.
Bobin C., Abitare poeticamente il mondo, Lecce, AnimaMundi, 2019.
Formenti L. (a cura di), Le regole della bellezza. Pedagogia sistemica in azione, Milano, FrancoAngeli, 2024.
Freire P., La pedagogia degli oppressi, Torino, Edizioni Gruppo Abele, 2022.
Lucangeli D., Cinque lezioni leggere sull’emozione, Trento, Erickson, 2019.
Pessoa F., Il libro dell’inquietudine, Milano, Feltrinelli, 1986.
Rodari G., Grammatica della Fantasia, Torino, Einaudi, 1973.
L’educazione è un dipanarsi di momenti, spesso molto simili gli uni agli altri, eppure tutti straordinari. Come una luce che entra all’improvviso, o un colore che cambia le cose, sospendendo spazio e tempo e mostrando tutto in un’altra prospettiva. Non serve molto, se non uno sguardo continuamente aperto a cogliere il divenire e a introdurre piccole variabili che evidenzino nuove possibilità. Che poi è moltissimo.