My EduBox

Menu

Le parole dell’educazione

Attenzione

Giovanna Zoboli  – Scrittrice e direttore editoriale di Topipittori

Sempre più spesso, e da diversi anni, si leggono appelli da parte di pedagogisti, insegnanti, psicologi, pediatri, neurologi, a proposito di bambini e ragazzi che non sono più in grado di concentrarsi, con tempi di attenzione sempre più limitati, abitudini percettive e cognitive conformate ai tempi e ai modi di pericolose tecnologie.

Sempre più spesso, in effetti, mi accorgo di un deficit generale nella capacità di attenzione. Ma questo, per me, riguarda anzitutto il mondo adulto. Una incapacità che confina con uno stato cecità, una crisi di relazione con la realtà causata da un vuoto di presenza. Di Attesa di Dio di Simone Weil, fa parte un celebre scritto sull’attenzione (1984, p. 75). In esso, Weil, che si dedicò all’insegnamento con passione, parla, legandoli in stretto nodo, di studio, attenzione, vita spirituale, dove, con questa espressione Weil non intende una dimensione vincolata a una credenza religiosa (ivi, p. 84). 

Fin dalle prime righe, la filosofa fa una affermazione rivoluzionaria, anche per i nostri tempi che su scuola e apprendimento sposano approcci che eleggono misurabilità e quantificazione – di prestazioni, valutazioni, QI – a fondamento dei processi di istruzione. 

“Lo scopo reale e l’interesse quasi unico degli studi è quello di formare una qualità dell’attenzione” (ivi, p. 75), scrive. Ogni esercizio ha come interesse primario il fare “veramente appello alla nostra capacità d’attenzione” (ivi, p. 85), il resto è secondario. Ogni errore è la conseguenza di essersi gettati “affrettatamente e prematuramente” dice Weil (ivi, p. 81), alla ricerca di una soluzione senza il tempo necessario dell’attenzione: avverbi che descrivono due fra le abitudini mentali più praticate nel mondo adulto. 

Imparare a stare attenti. Più facile a dirsi che a farsi. “State attenti” è forse una delle frasi più vanamente ripetute, spesso urlate, nelle classi di ogni ordine e grado. Più che fare appello a un’attenzione come obbedienza, bisognerebbe sperimentarla attraverso una pratica rivoluzionaria di esercizio del pensiero. E in prima persona: gli adulti prima dei ragazzi a cui si pretende di insegnarla. Una pratica rivoluzionaria lo era quando Weil scrisse queste pagine, e tanto più oggi, dominati come siamo da un egocentrismo che ci distoglie dal reale, rendendoci confusi, incapaci di visione, di ascolto. 

Nel breve saggio di Weil, fare attenzione “consiste nel sospendere il proprio pensiero, nel lasciarlo disponibile, vuoto e permeabile all’oggetto, nel mantenere in prossimità del proprio pensiero […] le diverse conoscenze acquisite che si è costretti a utilizzare. […] E soprattutto il pensiero deve essere […] in attesa; non deve cercare nulla ma essere pronto a ricevere nella sua nuda verità l’oggetto che sta per penetrarvi” (ivi, pp. 80-81). In questo senso ogni esercizio, a scuola, è una pratica di svuotamento che permette l’incontro con l’Altro da sé, sottraendolo alla volontà, al conosciuto – una pratica che Weil apparenta al “saper aspettare, quando si scrive, che la parola giusta arrivi” (ivi, p. 81). 

“Bisogna dunque studiare senza desiderare di ottenere buoni voti, di passare agli esami, di ottenere alcun risultato scolastico, senza tener conto dei gusti né delle attitudini naturali, ma applicandosi a tutti gli esercizi con la stessa intensità, considerando che tutti servono a sviluppare l’attenzione, che è l’essenza della preghiera” (ivi, p. 77). Ovvero della vita spirituale, la vita interiore, accesa solo quando ci libera da noi stessi per farci entrare in relazione con ciò che sta fuori da noi. 

Sono parole quasi scandalose, oggi, e non solo a scuola, ma in ogni ambito della vita economica, culturale e sociale. Parole che vanno in direzione opposta ai diktat della personalizzazione, del gusto, delle risorse, delle skill. Sono parole liberatorie. 

BIBLIOGRAFIA

Weil S., “Riflessioni sull’utilità degli studi scolastici al fine dell’amore di Dio”, in J.-M. Perrin (a cura di), Attesa di Dio. Obbedire al tempo, prefazione di Laura Boella, Milano, Rusconi, 1984.

PER APPROFONDIRE

Per approfondire

• Biffi E., Cosa può fare ed essere un bambino oggi? Riflessioni pedagogiche sul contributo dell’infanzia nella
società contemporanea, in “Pedagogia oggi”, vol. 16, n. 2, 2018, pp. 205-226.
• Cavarero A., Tu che mi guardi, tu che mi racconti, Milano, Feltrinelli, 1997.
• Montà C., Children’s education for participation in public, formal and structured decision-making
processes. Moving between policy and practice, Roma, Armando Editore, 2022.
• Rinaldi C., Giudici C., Krechevsky M. (a cura di), Rendere visibile l’apprendimento, Reggio Emilia, Reggio

Scopri gli altri ruoli della PSLZero6

Attuale