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IN-COMPRENSIONI

Daniela Mainetti, Elisabetta Marazzi e Alessia Todeschini.

Ascoltare chi… ascoltare cosa

“Certo che dallo scorso anno non è cambiato assolutamente niente… come se tutti i colloqui, gli incontri e i momenti di confronto fatti e le parole spese durante i momenti di accoglienza e ricongiungimento non fossero serviti assolutamente a niente”. Le parole di Antonella, educatrice del nido, sono cariche di delusione, un po’ di rabbia e anche un briciolo di esasperazione.

Con la collega Marisa sta parlando di Elisa, la mamma di Marco e Vittorio. Marco ha 2 anni e mezzo e frequenta il nido dall’anno precedente. Il bambino è sempre stato solare ed è sempre venuto volentieri al nido, così è accaduto nel primo anno e così è in questo secondo anno dopo le vacanze estive.

E poi c’è Vittorio, che ha 6 mesi e che ha iniziato a frequentare il nido a settembre, una frequenza che in questo momento dell’anno sta alternando momenti in cui sembra stare sufficientemente bene a momenti in cui palesa la fatica del distacco dal suo contesto familiare, la fatica del riconoscimento di un contesto nuovo, dettato dalla presenza di altri adulti, altri bambini e bambine, spazi diversi da quelli della propria casa e tempi della giornata che inevitabilmente si discostano da quelli consueti.

Antonella e Marisa avevano avuto modo di conoscere la mamma dei due bambini l’anno precedente e avevano accompagnato lei e Marco nel corso dell’ambientamento ed erano state i suoi riferimenti per tutto l’anno educativo. Nel corso di questo nuovo anno Marisa continua a essere educatrice di riferimento di Marco, mentre Antonella ha preso il gruppo dei piccoli e sta costruendo la relazione con Vittorio. Antonella sembra essere molto consapevole che Vittorio abbia bisogno di fare i suoi passaggi nel corso di questo ambientamento, i momenti di crisi li legge come momenti positivi rispetto ai quali coglie i passaggi e i piccoli cambiamenti che il bambino sta compiendo nel

corso della quotidianità, legge i frangenti di pianto come un’opportunità attraverso la quale poter dare vita a una buona relazione accogliendo e ascoltando le fatiche del bambino. In tutto questo Elisa sembra non accettare che il suo bambino non palesi quella sicurezza e quel benessere che forse lei si aspetterebbe e la conoscenza pregressa, costruita nell’arco di un anno, non pare sortire il benché minimo effetto dal punto di vista della relazione di fiducia.

Antonella arriva all’équipe serale con tutti questi pensieri e anche con tutte le sue emozioni ed esordisce dicendo che, al di là di tutti gli aspetti che vanno discussi quella sera e che sono all’ordine del giorno, sente il bisogno di parlare di come si sta comportando la mamma di Marco e Vittorio e di come, dal suo punto di vista, determinati atteggiamenti non siano più tollerabili.

Ecco allora che la coordinatrice raccoglie l’input e decide di dare spazio ad Antonella dicendo: “Allora partiamo da qui, partiamo da quello che sta succedendo e da come stiamo dentro la relazione con Elisa”.

Antonella inizia a raccontare gli accadimenti di quell’ultimo ricongiungimento durante il quale aveva condiviso con Elisa che Vittorio stava facendo dei cambiamenti, stava pian piano costruendo relazioni con il contesto, con lei e con le colleghe, ma che sicuramente ci sarebbe stato bisogno di ancora un po’ di tempo. A fronte di questa affermazione Elisa aveva chiesto ad Antonella se per caso il suo bambino avesse pianto nell’arco della giornata e l’educatrice aveva risposto che in alcuni frangenti non era stato completamente sereno, ma che si stava facendo consolare e stava accogliendo le attenzioni che lei e le colleghe di sezione gli stavano rivolgendo. È stato a questo punto che Elisa ha iniziato a dire, con una modalità che sembrava essere poco rispettosa e particolarmente carica

da un punto di vista emotivo, che non si spiegava come il suo bambino ancora piangesse durante il giorno perché è un bambino che sta con tutti e che, proprio per la presenza anche del fratello, è già abituato a stare con i bambini. A queste parole aveva anche aggiunto che aveva fatto la scelta di portare Vittorio nello stesso nido di Marco, dimostrando così la sua fiducia, ma che forse questa sua fiducia e questo suo riconoscimento non erano così ben riposte… forse aveva attribuito al nido e alle educatrici qualità solo immaginate.

Antonella aveva risposto che era dispiaciuta per quello che la mamma stava riportando, ma che di fatto Vittorio, in varie occasioni, riusciva a stare sufficientemente bene e che i tempi dell’ambientamento, come la mamma sapeva molto bene, sono profondamente soggettivi e nessuno li può governare. Dopo questa narrazione, Antonella aveva lasciato lo spazio a tutti i suoi sentiti: “Certo niente di nuovo con questa mamma, anche l’anno scorso l’ha già fatto a plurime riprese. Lei arriva con le sue sentenze, i suoi modi di fare poco appropriati o educati e con le sue richieste, richieste che devono trovare una risposta a tutti i costi, altrimenti non ne usciamo più!”.

Una delle colleghe di Antonella a questo punto domanda che cosa avesse richiesto questa volta Elisa e Antonella risponde: “Ha affermato che forse non viene data particolare attenzione al suo bambino, ha riportato che forse potrebbe essere efficace adottare alcune modalità durante il momento del pranzo e durante il momento dell’addormentamento, aggiungendo anche che, proprio per accompagnarlo meglio al sonno, potrebbe essere utile far riposare insieme i due fratelli. Tutte queste sue richieste sono state accompagnate per concludere da una frase in cui ha affermato che noi, come nido, diciamo di ascoltare sempre tutti e che mettiamo l’ascolto dell’altro al primo posto, ma che in realtà non ascoltiamo nessuno e lei di fatto non si sente per niente ascoltata. Ma come è possibile accogliere alcune di queste richieste? Non è per noi organizzativamente fattibile e poi, se ogni genitore dovesse essere accolto nelle richieste e nelle proposte che fa, noi come faremmo a gestire la quotidianità? E soprattutto mi sembra inverosimile che possa dire che non l’abbiamo ascoltata!”.

È proprio a partire da quest’ultima frase che all’interno dell’équipe sembrano muoversi degli sguardi tra le colleghe… perché questa mamma dovrebbe dire di non essere stata ascoltata? Cosa intendeva? Di che tipo di ascolto stava parlando? All’interno del gruppo sembrano emergere pensieri e constatazioni: è una mamma che è sempre sembrata abbastanza agitata, caratterizzata da una fisicità che in alcuni frangenti sembrava essere particolarmente rigida, è una donna che nella sua storia e nelle sue maternità non si è mai fermata cercando di occuparsi dei bambini e del suo lavoro senza mai pensare a sé stessa.

Allora per ascolto, forse voleva dire essere vista e essere tenuta in considerazione? L’ascolto di cui stava parlando era forse una richiesta d’aiuto? Era forse un ascolto teso a chiedere uno spazio/tempo in cui poter esplicitare fatiche e pensieri? Veramente voleva ottenere quello che stava richiedendo o forse stava palesando un suo bisogno di avere tutto sotto controllo e di avere sempre le risposte risolutive alle fatiche che lei o i suoi bambini stavano vivendo? La sua poteva essere la postura di qualcuno che vuole risolvere le differenti questioni per essere certa del fatto che, alla complessità di questo suo momento di vita, non si vadano ad aggiungere ulteriori pezzi che renderebbero il tutto ancora più complicato?

Allora forse l’ascolto che chiedeva era che qualcuno si impegnasse a farsi carico di tutti questi aspetti, non tanto trovando la soluzione al problema, bensì prendendo sul serio le sue fatiche, cercando di creare per lei un contenitore che potesse darle la sensazione di avere qualcuno che la accogliesse dicendole: “Non ti preoccupare, non c’è problema, ci siamo… qualcosa insieme possiamo fare!”.

Intorno a questi pensieri condivisi nel gruppo di lavoro, le emozioni di Antonella sembrano pacificarsi, lo sconforto, la rabbia e la delusione lasciano il posto a una professionalità ancora più forte, una professionalità che permette a lei e alle colleghe di dire: “Va bene, ci proveremo ancora, proveremo ancora a mettere in atto un ascolto autentico, non solo delle parole che ci vengono dette, ma dei significati che sembrano stare dietro le verbalizzazioni, proveremo a dirle che forse abbiamo bisogno di fermarci per trovare insieme la soluzione migliore… del resto i professionisti dell’educazione siamo noi, siamo noi i primi che possiamo mettere in campo quel tipo di ascolto che ci distingue e che fa di noi delle vere educatrici, siamo noi che dobbiamo agire quell’ascolto che ci permetterà poi di essere altrettanto ascoltate dalle famiglie con cui costruiamo una relazione. E parlando di ascolto, grazie a voi tutte ragazze per avermi ascoltato questa sera!”.

Daniela Mainetti, consulente pedagogica e formatrice.

Elisabetta Marazzi e Alessia Todeschini, pedagogiste e formatrici.

 

 

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