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Le parole dell’educazione

Affetti

Elisabetta Musi


Professoressa Associata di Pedagogia della prima infanzia e di Pedagogia dei servizi per l’infanzia in Italia e in Europa, Università Cattolica di Piacenza

Mi ha sempre affascinato il modo con cui i bambini e le bambine vivono i propri affetti e come questi, ben prima della razionalità, istruiscano i loro comportamenti. 

La filosofa Roberta De Monticelli definisce l’affettività come l’espressione dell’identità morale del soggetto (De Monticelli, 2003, p. 81), ovvero la sfera di esperienza dell’interiorità della persona. 

L’affetto (dal latino adficere, composto di ad e facere, che significa “fare qualcosa per”) esprime un moto di attaccamento a qualcuno o qualcosa, un sentire portato all’esterno, nel percepirsi implicati nella relazione con gli altri, con le cose del mondo. I bambini esprimono i loro primi affetti con l’attaccamento: uno slancio di fiducia e dedizione verso chi si occupa di loro. Testimoniano la gratitudine con la ricerca di una sintonia, di un contatto che produce appagamento. Attraverso gli affetti stabiliscono legami: non “apprezzano” semplicemente un contesto, un amico, un giocattolo, un libro; ma vi si legano intensamente. Pur aprendosi al mondo mediante il sentire che produce legami, i bambini non serbano rancori: gli affetti delusi – un’intesa mancata che sfocia in litigio, l’attesa del genitore che muove preoccupazione e tristezza, un impeto di entusiasmo che non trova condivisione – sortiscono in genere reazioni immediate: di rabbia, di chiusura e ritiro, di irritazione e pianto, ma difficilmente accanimento e persistenza di un umore contrariato. Ma soprattutto i bambini avvertono in sé il bene e il male prima ancora che qualcuno glielo insegni. Come sostiene il filosofo Max Scheler la componente emozionale dello spirito, la percezione affettiva, il preferire, l’amare, l’odiare e il volere hanno un originario contenuto “a priori”, non mutuato dal pensiero, indipendente dalla logica: “Vi è un ‘ordre du coeur’ o una ‘logique du coeur’ a priori”, scrive (Scheler, 1996, p. 92). 

Quando ho letto questi pensieri, non ho potuto fare a meno di ricordare il racconto di una mamma che mi riferì di un episodio accaduto al suo bambino di 4 anni. Nicolò era un bimbetto vispo e pacioccone, preso regolarmente di mira da un altro bambino della sua sezione di scuola dell’infanzia che sfogava su di lui tensioni e aggressività mordendolo anche senza motivo. Un giorno l’insegnante, esasperata, chiamò i due e sgridò fermamente Luca, concludendo con una provocazione: “Vorrei vedere se Nicolò ti morsicasse come fai tu, al punto da metterti paura quando lo incontri…”. E così dicendo spinse Nicolò più vicino al suo “amico”, per dare forza alle parole. Il bambino raccontando l’episodio alla mamma aggiunse: “Mi sembrava che la tata volesse farmi morsicare Luca per fargli vedere come fa male”. “E tu, Nico? – fece la mamma – Io ero confuso, mi sono avvicinato a Luca, non sapevo cosa fare, stavo per dargli un morso, ma poi non mi si chiudeva la bocca…”. Questa piccola storia mi è sempre sembrata la conferma di quanto dicono i filosofi: il “sentire” viene prima del “pensare” e ha un fondamento etico, permette cioè di avvertire intuitivamente la differenza tra il bene e il male, tra il giusto e l’ingiusto, tra ciò che è grave e ciò che non lo è. A condizione che nei primi anni di vita i bambini siano ascoltati, compresi, avviati a un’attenzione al proprio mondo di sensazioni e impulsi che poi evolveranno in emozioni e sentimenti. La cura della vita emotiva inizia dalla nascita e affonda le radici in adulti eticamente solidi e consapevoli, in grado di leggere in se stessi, di assumere il sentire con discernimento (sapendo distinguere, nominare le emozioni, gli affetti, i sentimenti che abitano i propri paesaggi interiori) e senso di responsabilità, limitando proiezioni e confusioni. 

Bibliografia

De Monticelli R., L’ordine del cuore. Etica e teoria del sentire, Milano, Garzanti, 2003.

Scheler M., Il formalismo nell’etica e l’etica materiale dei valori, Milano, San Paolo, 1996.

PER APPROFONDIRE

Per approfondire

• Biffi E., Cosa può fare ed essere un bambino oggi? Riflessioni pedagogiche sul contributo dell’infanzia nella
società contemporanea, in “Pedagogia oggi”, vol. 16, n. 2, 2018, pp. 205-226.
• Cavarero A., Tu che mi guardi, tu che mi racconti, Milano, Feltrinelli, 1997.
• Montà C., Children’s education for participation in public, formal and structured decision-making
processes. Moving between policy and practice, Roma, Armando Editore, 2022.
• Rinaldi C., Giudici C., Krechevsky M. (a cura di), Rendere visibile l’apprendimento, Reggio Emilia, Reggio

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