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Le parole dell’educazione
Avventura
Alessandra Gigli – Professoressa associata di Pedagogia generale e sociale, Dipartimento di Scienze dell’educazione, Università di Bologna.
Responsabile scientifica del Centro di Ricerche Educative su Infanzia e Famiglie (CREIF), https://centri.unibo.it/creif/it); fondatrice del Centro di Ricerca su Educazione e Formazione Esperienziale e Outdoor (CEFEO), https://centri.unibo.it/cefeo/it.
Tra le tante parole possibili, la scelta di “avventura” nasce dall’intenzione di evidenziare la sua attualità e significatività nel lavoro educativo.
Il carattere “avventuroso” delle professioni educative non sempre riesce a emergere, specialmente nello scenario attuale sempre più dominato da logiche produttivistiche, tecnocrazia. Se molte energie sono impiegate in una serie di gesti burocratici o in rigidi regolamenti è facile dimenticare la carica innovatrice e “l’inesauribile forza di rottura” (Bertolini, 1988, p. 160) che caratterizzano il lavoro educativo: grande è il rischio di limitarsi a riprodurre acriticamente logiche dominanti o finire per eseguire gesti di cui non si riconosce il senso ultimo.
Per correggere la rotta, verso direzioni più coerenti e coraggiose, procediamo con alcuni buoni motivi per riscoprirne la dimensione “intrinsecamente avventurosa” del lavoro pedagogico.
Educare è sempre un’avventura
Per quanto intenzionale, progettuale e consapevole possa essere, l’agire educativo deve confrontarsi con l’indeterminatezza, l’imprevisto, il rischio: caratteristiche tipiche anche dell’avventura, definita come “impresa rischiosa ma attraente e piena di fascino per ciò che vi è in essa d’ignoto o d’inaspettato” (Treccani). Educare comporta l’uscire, e il far uscire, dalla zona di confort, da ciò che è già noto e prevedibile a ciò che, invece, sta nella zona di rischio. Il rischio e la destabilizzazione, se ben utilizzati, possono essere potenti dispositivi pedagogici che mobilitano, in educatori e bambini/e, energie creative, spinte innovative e strategie di fronteggiamento dei problemi, l’empowerment.
L’avventura, come l’educazione, è nel futuro
Il significato di adventura (dal latino) è “ciò che accadrà” e coincide con la dimensione temporale più significativa del processo educativo: il futuro. La centralità del futuro è alla base degli approcci pedagogici fenomenologico e problematicista: il lavoro dell’educatore consiste “nell’andare oltre la dimensione del presente verso un futuro possibile e diverso” (Bertolini, 1988, p. 232); G.M. Bertin (1983) chiarisce che l’atteggiamento pedagogico, pur radicato nel presente e in continuità con il passato, è intrinsecamente teso a progettare il futuro, il quale si presenta con i connotati del “possibile” (Contini, 2006), inteso come un orizzonte aperto in cui i cambiamenti sono destinati a realizzarsi.
L’avventura come dispositivo metodologico
Esiste anche una dimensione specifica dell’avventura in educazione: l’educazione avventura (adventure education). Questo approccio comprende tutte le attività, intenzionalmente connotate, che propongono la fruizione esperienziale dell’ambiente naturale come dispositivo metodologico. Si tratta di “un cambiamento di setting operativo dall’alto potenziale pedagogico” (Gigli, 2018, p. 125) per uscire dalla dimensione conosciuta e domestica e sperimentare esperienze “fuori dal quotidiano”. Molte evidenze dimostrano che l’adventure education è in grado di provocare cambiamenti significativi in senso psicofisico, cognitivo, relazionale e sociale.
L’invito è quindi a riscoprire la dimensione avventurosa come orizzonte di senso del proprio lavoro; adottare una postura che, come “anticorpo pedagogico”, protegga dall’alienazione, dal ristagno, dall’accettazione acritica di logiche “antieducative”.
Bibliografia
Bertolini P., L’esistere pedagogico. Ragioni e limiti di una pedagogia come scienza fenomenologicamente fondata, La
Nuova Italia, Firenze, 1988.
Bertin G.M., Contini M., Costruire l’esistenza. Il riscatto della ragione educativa, Armando, Roma, 1983.
Contini M., Categorie e percorsi del problematicismo pedagogico, in “Ricerche di Pedagogia e Didattica”, n. 1, 2006, pp. 1-15.
Gigli A., “L’adventure education nel lavoro socio educativo: riflessioni pedagogiche ed esperienze”, in R. Farné, A. Bortolotti,
- Terrusi (a cura di), Outdoor Education: prospettive teoriche e buone pratiche, Carocci, Roma, 2018, pp. 119-138.
Per approfondire
• Biffi E., Cosa può fare ed essere un bambino oggi? Riflessioni pedagogiche sul contributo dell’infanzia nella
società contemporanea, in “Pedagogia oggi”, vol. 16, n. 2, 2018, pp. 205-226.
• Cavarero A., Tu che mi guardi, tu che mi racconti, Milano, Feltrinelli, 1997.
• Montà C., Children’s education for participation in public, formal and structured decision-making
processes. Moving between policy and practice, Roma, Armando Editore, 2022.
• Rinaldi C., Giudici C., Krechevsky M. (a cura di), Rendere visibile l’apprendimento, Reggio Emilia, Reggio