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Aver cura delle parole
Un “essenziale” del lavoro educativo
Elisabetta Musi
Professoressa Associata di Pedagogia generale e sociale, Università Cattolica del Sacro Cuore, Piacenza
Abstract
La parola rivela il nostro rapporto con l’esistenza: dice di derive e smarrimenti o di posture salde e consapevoli. Chi si dedica ai compiti educativi e di cura dovrebbe farlo ponendo attenzione anzitutto alle parole con cui il soggetto racconta se stesso e il rapporto con la realtà. E, nondimeno, dovrebbe prestare attenzione alle parole che utilizza, con cui la relazione prende forma. Il confronto con educatrici, pedagogiste e insegnanti all’interno di una ricerca fenomenologica ha permesso di cogliere elementi essenziali che qualificano la parola come educativa. Ne sono scaturite interessanti suggestioni per una teoria critica come riferimento per l’educazione. Parole chiave Educazione, parola, relazione, servizi per l’infanzia.
Contatti
elisabetta.musi@unicatt.it
Le immagini che accompagnano l’articolo sono dei nidi e delle scuole dell’infanzia del Comune di Correggio (RE)
"Lungo alcune strade si incontrano giardini involontari: li ha creati la natura. Non danno l’impressione di essere selvatici e tuttavia lo sono. Un indizio, un fiore particolare, un colore vivo, li distingue dal paesaggio circostante”
Gilles Clément, 1991
L’ANIMA VERSATILE DELLE PAROLE
Le parole danno forma all’esistenza, si incaricano di nominare la realtà e in quel modo la istituiscono. Il pensiero si dispiega attraverso le parole, che, se da un lato “patiscono” l’eccedenza del reale, a cui non trovano mai assoluta corrispondenza, dall’altro ne rivelano aspetti sempre nuovi e diversi a seconda delle prospettive ermeneutiche, culturali e disciplinari da cui lo accostano. In questo senso moltiplicano mondi. E questo è un arricchimento ma anche un problema (lo si coglie nelle difficoltà a capirsi).
Le parole possono essere fonti di benessere o di malessere, riflettere un buon trattamento o un maltrattamento. Sono infatti strumenti di potere e forme del pensiero che schiudono possibilità evolutive e riscattano dai percorsi in cui a volte si incaglia la vita. In quanto strumenti di potere possono anche violare l’umano con una corrosività sorda e dissimulata, forse più totalitaria della violenza fisica proprio perché meno vistosa. Per questo riflettere sulle parole, sul rapporto che stabiliscono tra noi e il nostro corpo, tra noi e i nostri desideri, il tempo, tra noi e gli altri… rende l’esistenza più umanamente abitabile. Soprattutto riflettere sulle parole in relazione a chi ne è stato anzitutto considerato privo (in-fans), e perciò ritenuto carente di pensiero, di un proprio punto di vista, del diritto di portare un contributo originale alla vita comune, mette in luce cortocircuiti, collusioni, ambivalenze, ombre dell’ordine simbolico in cui siamo immersi. Di cui anche l’educazione è profondamente impregnata.
PAROLE CHE FANNO FIORIRE L’ESISTENZA
Quando si insegnano le prime parole, si consegna al bambino l’accesso a un mondo che inizia a essere percorso nei labirinti dei suoi linguaggi. La scoperta e l’apprendimento dei significati in forma di suoni articolati sono tutt’uno con le esperienze da cui questi traggono origine, con gli umori che li accompagnano, con le impressioni che essi lasciano: tutto può essere continuamente modificato e rimodulato (ri-narrato), lo stesso vivere è modellarsi ed essere rimodellati incessantemente, e tuttavia ci sono esperienze che lasciano nella memoria impressioni in forma di parole che suscitano distanze e chiusure, o ispirano apertura e gioia. L’immaterialità che le connota probabilmente lascia pensare che il loro peso in chi le riceve o le ascolta sia sostanzialmente irrilevante. Non è così. Le parole hanno la stessa caratteristica del pharmakon (dal greco φαρμακον, che significa “rimedio, medicina”, ma anche “veleno”): se usate con attenzione, delicatezza, sapienza possono curare (nella doppia valenza del to care e to cure), ma se utilizzate sconsideratamente possono avvelenare. Chi si interfaccia con “la vita all’inizio” ha dunque il compito e la responsabilità di scegliere i modi delle comunicazioni, consapevole che il loro ricordo avrà l’incisività del capolettera nel diario dell’esistenza. Quella che segue è un’estrapolazione sintetica di una ricerca realizzata con educatrici e insegnanti di nido e scuola dell’infanzia (Musi, 2022), con le quali si è cercato di delineare i tratti delle parole educative, ovvero l’intenzionalità e la postura interiore di chi le sceglie e le pronuncia
Parole incoraggianti per un’educazione “esigente”
Coinvolto in un incedere cauto e prudente accanto al soggetto in crescita, l’educatore è guida e compagno di viaggio che sa accogliere i limiti dell’altro e ne promuove il superamento; in questo senso è incoraggiante ed “esigente”: esercita l’empatia per sintonizzarsi con le risorse del soggetto educativo, per intuirne il potenziale latente al fine di spingerlo fuori (ex agere, da cui esigere) dalla coltre dell’inconsapevolezza e, quindi, dell’inaccessibilità. Così facendo promuove quell’autoesplorazione che consente di accogliere imperfezioni e carenze, ma anche di scoprire qualità inespresse che attendono riconoscimento. È la lezione profondamente educativa di Socrate, che cercava di procurare le doglie del pensiero ai suoi interlocutori affinché, uscendo da sé, dalle proprie ristrettezze mentali “partorissero” la verità. E questo è il lavoro generativo dell’educatore, che può essere realizzato anche con bambini e bambine piccoli: perché anche con soggetti di età differenti non cambia l’intenzionalità educativa, ma i modi per esprimerla.
L’educazione inizia dallo sguardo e dalle parole che lo testimoniano
Lo sguardo fenomenologico è la “prima modalità con cui l’educatore sensibile deve confrontarsi, perché il primo gesto di cura educativa consiste proprio nel rivolgere all’altro uno sguardo capace di vederlo” scrive Bruzzone (2016, p. 45, e id., 2012). Le parole sono attivate dai sensi e, a loro volta, attivano i sensi: la sensorialità corporea introduce il senso degli altri, il sentirsi implicati nella loro vita, in grado di custodire la loro presenza in noi. In particolare, educare comporta uno sguardo ampio e profondo, capace di includervi anche ciò che non è ancora visibile, che non è immediatamente evidente. Scrive Merleau-Ponty a questo proposito: “vedere è, per principio, vedere più di quanto si veda, accedere a un essere di latenza” (Merleau-Ponty, 2003, p. 11). Vedere è accreditare il progetto esistenziale del soggetto affinché, atteso, venga alla luce. Attraverso questa profondità di sguardo è possibile giungere a una sintonia unica e particolare con ogni bambino e bambina, sintonia in grado di stabilire limiti e autorizzazioni, e che, quando accende lo sguardo altrui, quando è accolta come un’illuminazione, si esprime in forma di parola educativa.
Coltivare parole che rassicurano
Indugiare sui vissuti emotivi dà vita a un “sentire intenerito” (Musi, 2011, p. 44), che non è molle sentimentalismo né arrendevolezza acritica, ma duttilità di un pensare insieme che si realizza nello scambio dialogico. La tenerezza è quella tonalità emotiva che consente alla mente di protendersi verso l’altro ammorbidendo ogni asperità discorsiva: intenerire i tessuti della mente per farsi luogo aperto che fa posto all’alterità. La capacità di intenerirsi è qualità propriamente educativa in quanto generosa espressione di sensibilità: di permeabilità e accoglienza, di plasmabilità e disponibilità a rivedersi. Attraverso la tenerezza le emozioni dell’altro entrano in noi, la prospettiva con cui egli guarda il mondo può trovare posto nella mappa delle nostre postazioni, la sua impronta esistenziale trova risonanza nel nostro sentire e lascia una traccia che continua a vivere in noi. La tenerezza è un comunicare pudico, discreto, attento alle fragilità altrui, ponendole al riparo da ipoteche e aspettative che inibiscono.
Concentrarsi sui comportamenti, per salvaguardare l’inviolabilità della persona
Le parole cercano spesso di catturare l’identità, strutturalmente in divenire e dinamica, di un soggetto, stabilendo connessioni con caratteristiche e condizioni che ne costituiscono dei riferimenti statici: la provenienza, i luoghi, o talvolta le azioni compiute. In effetti i comportamenti contribuiscono a rendere manifesta l’identità di un individuo, ma non la esauriscono, perciò le definizioni che discendono dalle azioni (“chi fa una monellata è monello/a”) compromettono la percezione del soggetto, che invece deve poter essere conosciuto diversamente. La dimensione inferenziale del linguaggio, se per un verso risponde a un’economia di pensiero (a questo rispondono “appellativi” essenziali: Lucia è timida, Luca è espansivo…), d’altro canto è soggetta a distorsioni che possono incidere negativamente sulla costruzione sociale dell’identità di un bambino o di una bambina. Gli studi di Kahneman e Frederick (2002) teorizzano a questo proposito il concetto di “euristica cognitiva” (o “scorciatoie di pensiero” quale escamotage mentale che porta a conclusioni veloci con il minimo sforzo cognitivo). Il giudizio che ne discende, riducendo il carico cognitivo, consente risposte rapide e organizzazioni immediate delle informazioni. Tuttavia è stato dimostrato che le euristiche possono portare a conclusioni errate, generando bias o errori di giudizio (dal fare “monellate” a essere monelli), fonte di errori sistematici, la base di una rappresentazione identitaria statica e condizionata. Nella loro versione più dannosa, infatti, le euristiche diventano costrutti cognitivi errati o deformati che incidono sui processi di pensiero, la percezione di sé e i comportamenti (Kahneman e Tversky, 1982).
Parole che costruiscono legami
Le parole costruiscono legami non solo tra le diverse versioni di un soggetto, tra i suoi modi di raccontarsi, ma anche tra soggetti, contribuendo così a ridurre le distanze, a sollecitare aperture, a promuovere la conoscenza reciproca, a favorire intese e conoscenze. In un saggio pubblicato alcuni anni fa: Le parole nella relazione con i bambini: osservare il “linguaggio in azione” al nido Chiara Bove, riferendo e comparando diversi studi e ricerche, ha messo in luce come educatrici e insegnanti propongano a bambini e bambine nei momenti informali dei servizi educativi “uno stile dialogico che stimola la loro partecipazione al racconto e alla ricostruzione attiva della storia promuovendone il contributo attivo” (Bove, 2016, p. 33). Sintetizzando poi i risultati di una ricerca cross-culturale “sul parlare al nido” (ivi, p. 44), l’autrice evidenzia la profonda interdipendenza tra acquisizione del linguaggio e socializzazione (che le antropologhe del linguaggio Ochs e Schieffelin definiscono “socializzazione linguistica”, 1983): “Si tratta di un uso della parola al plurale che non significa che venga meno l’attenzione individuale; piuttosto significa orientare le parole al gruppo e alla collettività, usando le parole per tenere insieme tutti i bambini, per sostenere l’attenzione, per coinvolgere i bambini che parlano meno, per favorire lo scambio e il confronto tra pari” (Bove, 2016, p. 51). Coltivare lo sguardo a recepire i piccoli movimenti, i particolari “secondari” di cui la situazione si contorna, consente di porli al centro di un percorso evolutivo che non si impone per il clamore dei fatti, ma si esplica anzitutto nella facoltà immaginativa del guardare comprensivo di quanto sta oltre. Si tratta di conferire autorevolezza a quella conoscenza pratica che si costruisce seguendo l’evolversi dell’esperienza, sostenuta da chiavi interpretative continuamente sottoposte a una revisione critica, “a partire da una ricorsività dialogica fra il lavoro della problematizzazione teoretica e l’analisi dell’esperienza” (Mortari, 2003, p. 14).
Parole che educano alla verità come rispecchiamento e disvelamento
L’attenzione agli scambi comunicativi, che investono le parole della capacità di costruire ponti e legami, ha portato il gruppo a indugiare sul tema dell’implicito, ovvero sulla parola dell’educatore come rispecchiamento delle risorse e dei limiti del soggetto educativo. Educare alla verità come pratica di disvelamento significa promuovere nel soggetto la scoperta delle proprie potenzialità, ma implica anche l’esercizio di una facoltà regolativa con cui il bambino o la bambina impara a valutare il grado di corrispondenza tra ciò che avverte di sé e ciò che mostra all’esterno. Questa facoltà si attiva mediante feedback premurosi e attenti, in cui chi ha responsabilità educative si propone come “specchio riflettente” e fornisce al soggetto in crescita stimoli per riflettere su di sé. Come scrive Luigina Mortari: “La parola di cui ha bisogno il bambino per crescere secondo le proprie potenzialità è una parola che apre mondi, che dischiude possibilità, che veicola fiducia nel proprio poter essere, ma è allo stesso tempo una parola realistica, che dice le cose come stanno. […] C’è una relazione intima tra il bene e la verità. Chi-ha-cura, proprio perché cerca il bene dell’altro, non può non stare in cerca della parola che dica la verità: dire come stanno le cose, senza nulla nascondere e senza perdersi nella chiacchiera vuota. Una buona cura pretende sincerità e franchezza. La parola che sta al reale, anche quando produce dolore, ha comunque conseguenze positive poiché innesca un processo di autocomprensione critica” (Mortari, 2015, p. 187).
Dar voce alle intenzioni, insegnare a cogliere ciò che non si vede
La riflessione sugli impliciti arriva a lambire quei sottofondi comunicativi che spesso non ci si dà pensiero di svelare e che invece una parola intenzionalmente educativa dovrebbe non solo aver presente, ma anche porgere. Insegnare a leggere oltre l’immediatezza di ciò che appare è un percorso che si consegue gradualmente, inizia fin da bambini, risponde a una scelta educativa e a una competenza metacognitiva, relativa alla “comprensione dell’orizzonte simbolico entro cui si dipana il pensare” (Mortari, 2002, p. 79). Si tratta di rendere eloquente ciò che si vede, assumendo la consuetudine di interrogarlo. È un esercizio non solo cognitivo ma che introduce alla prudenza, alla pazienza, alla cautela, al rispetto della differenza: tutte condizioni che non si esauriscono in un moto di pensiero o in una prestazione cognitiva, ma sollecitano una postura emotiva ed etica. Se l’adulto porta il bambino a considerare le ragioni altrui per comprendere comportamenti e reazioni, lo aiuta a uscire da quell’egocentrismo infantile che limita il suo mondo, e lo educa a salvaguardare il mistero con cui l’altro è appunto conservato come altro.
In dialogo con i limiti come principio di regolazione educativa
Chi si assume la responsabilità di affiancare un soggetto nel suo percorso di crescita, si adopera per suscitare in lui il desiderio di portare a compimento il proprio poter essere, a partire dalla consapevolezza dei propri limiti, da intendere non tanto come ostacoli o impedimenti, ma come punti di partenza per prefigurarsi modi desiderabili e realistici di essere. Educare i bambini a scoprire e ad accettare i propri limiti è un principio cardine di conoscenza di sé, che porta all’individuazione di obiettivi raggiungibili, attraverso cui il soggetto ha la possibilità di alimentare la propria autostima sottraendola, in parte, al rischio di rendersi dipendente dagli apprezzamenti e dalle conferme esterne. La difficoltà ad accettare i propri limiti rivela la paura dell’errore, dell’insuccesso, del pericolo. Ma non c’è conquista senza rischio del fallimento. Come scrive Edgar Morin: “La nostra mente produce a un tempo l’errore e la correzione dell’errore, l’accecamento e la chiarificazione, il delirio e l’immaginazione creatrice, la ragione e la sragione” (Morin, 1993, p. 257). La gestione del limite, nei processi educativi e di crescita, è una sapienza che comporta la capacità di accettare la frustrazione (evidenziare a un bambino i suoi limiti può esporre a reazioni di rabbia e rifiuto). Il limite restituisce un principio di realtà a fronte di tante edulcorazioni e iperprotezioni che confondono, portando a perdere il contatto con le proprie possibilità. In fondo il limite è al contempo soglia di arresto e stimolo di superamento, misura che divide e separa ma anche accosta, unisce. Permette di andare avanti, di espandersi.
Dire “con misura”: cercare la sintonia con l’interlocutore
La riflessione sul limite conduce il ragionamento a soffermarsi sul senso della misura in educazione, o meglio sull’utilizzo di parole “misurate”, cioè pensate e soppesate in relazione alla sensibilità di chi è destinato a riceverle, al suo grado di maturità emotiva e cognitiva e alla sua capacità di comprensione. I noti pediatri e studiosi di psicologia infantile T. Berry Brazelton e Stanley I. Greenspan ritengono che “Il bisogno di esperienze appropriate al grado di sviluppo” costituisce uno dei “bisogni irrinunciabili dei bambini” (Brazelton e Greenspan, 2000, pp. 123-152). Le esperienze appropriate sono riconducibili a una dimensione concreta della realtà, ma anche alle parole che la presentano, la introducono nel mondo del soggetto, la commentano. Cercare parole misurate significa cercare una via d’accesso al mondo di significati dei bambini, varcando la soglia della loro capacità cognitiva ed emotiva. “Pronunciare parole con delicatezza non significa ridurre il potere di senso della parola, ma aver cura che il peso di quello che si dice possa essere accolto da chi ascolta” (Mortari, 2015, p. 187). Già John Dewey alla fine degli anni Sessanta sosteneva che un’esperienza può essere considerata “di valore” nel momento in cui viene selezionata e adattata alle esigenze, alle capacità e ai bisogni del soggetto (Dewey, 1967). Adattandola alle esigenze del bambino gliela si rende visibile, apprezzabile, per questo “di valore”. Il concetto di esperienze adeguate al grado di sviluppo fornisce una guida a educatori, educatrici, insegnanti e genitori, a condizione che questi osservino e ascoltino i bambini e le bambine, e da quell’ascolto si lascino trasformare, modellando il contesto a misura delle presenze che lo abitano. Non si tratta di “miniaturizzare” la realtà, ma di garantire ambienti educativi che permettano a bambine e bambini di sviluppare quelle capacità con cui realizzare il proprio progetto di vita.
1 ECEC: abbreviazione in lingua inglese di Early Childhood Education and Care. 2 Tale abbreviazione indica la traduzione a cura dell’autrice.
3 ECE: abbreviazione in lingua inglese di Early Childhood Education.
BIBLIOGRAFIA
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Mortari L., Filosofia della cura, Milano, Mondadori, 2015.
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Musi E., Dire il mondo. Abitare pedagogicamente le parole, Roma, Armando, 2022.
Ochs E., Schieffelin B.B. (a cura di), Acquiring conversational competence, London, Routledge & Kegan Paul, 1983.
Elena Granata, docente di Urbanistica al Politecnico di Milano.
CIAO ALESSIA, HARMAN, SOFIA -PABLO