Menu
Ogni stagione ha la sua immaginazione
Come gli spazi pubblici si fanno ambienti educativi
Andrea Pintus
Professore associato in Pedagogia sperimentale, Università di Parma
Abstract
L’articolo riflette su come gli spazi fisici e simbolici siano “terzi educatori” e offrano affordance diverse a bambini, bambine e adulti. Attraverso gioco e narrazione i bambini e le bambine si appropriano dei luoghi, che diventano parte della loro biografia. Un’esperienza di quartiere intorno al Natale mostra il potere dell’immaginazione nel trasformare lo spazio pubblico in ambiente educativo condiviso.
parole chiave
Affordance dell’ambiente, gioco e narrazione, immaginazione, fantasia, comunità educante
Contatti
andrea.pintus@unipr.it
"Lungo alcune strade si incontrano giardini involontari: li ha creati la natura. Non danno l’impressione di essere selvatici e tuttavia lo sono. Un indizio, un fiore particolare, un colore vivo, li distingue dal paesaggio circostante”
Gilles Clément, 1991
LEGGERE L’AMBIENTE
Interrogarsi sulla relazione che le persone, di ogni età, instaurano con il proprio ambiente significa riflettere operativamente sul modo in cui gli spazi hanno un ruolo nella loro formazione. Nessuno educa nessuno, sosteneva Freire (2002), neppure sé stesso: gli uomini e le donne si educano in relazione, attraverso la mediazione del mondo. Spazi e contesti, in questo senso, non sono attori inerti di questa relazione, comunicano sempre qualcosa su come è possibile viverli e farli propri. In continuità con queste considerazioni, Loris Malaguzzi sosteneva che lo spazio dove si realizza l’apprendimento, assieme alla famiglia e alla scuola, rappresenta a tutti gli effetti un “terzo educatore” (Edwards, Gandini e Forman, 2017). Questa immagine, oltre a sottolineare la natura situata di ogni processo educativo, porta all’attenzione di chi si occupa di questi temi, tanto delle potenzialità di ogni spazio vissuto dai bambini e dalle bambine, quanto delle implicazioni etiche, cioè delle responsabilità, che comporta la loro progettazione e il loro utilizzo. Per rispondere a tale responsabilità, come adulti, non ci si può accontentare esclusivamente della propria lettura dell’ambiente che ci sta attorno: la sezione, la scuola, il quartiere, la città. Ognuno di questi spazi, infatti, si presta a molteplici interpretazioni intergenerazionali, ma anche culturali e simboliche. Ogni ambiente parla “al plurale”, comunica più di un significato e suggerisce più di una possibilità d’uso. In questa prospettiva, Heft sottolinea come questo invito all’azione, a cui nel corso del tempo si è fatto riferimento con il concetto di affordance, non sia da intendere come una qualità oggettiva dello spazio, ma piuttosto una proprietà relazionale, “una caratteristica specificabile dell’ambiente considerata in relazione alla persona” (Heft, 2010, p. 19)
Uno stesso elemento può, in altre parole, offrire significati e opportunità d’azione diversi. Una piccola sporgenza del terreno, ad esempio, può essere percepita da un adulto come un potenziale inciampo e da un bambino come un invito a salire o a fermarsi: “Un adulto può leggere un dato ambiente come l’insieme delle forme che lo compongono, un bambino può riconoscere principalmente ciò che vi potrebbe essere fatto. […] Un dato spazio o un dato elemento ambientale, come ad esempio una recinzione, […] per l’adulto può essere letto e percepito come un freno, mentre per il bambino può segnalare un invito ad arrampicarvisi” (Guerra, 2022, p. 20). Una piccola collina di terra può diventare una montagna da scalare, un osservatorio da cui guardare il mondo dall’alto in basso, un albero con rami che toccano quasi il terreno può offrire ombra, ma anche rifugio, una fontana a livello di pavimentazione può essere un mero elemento decorativo, oppure un laboratorio a cielo aperto, che si presta come occasione per fare delle esperienze, tanto per i bambini e le bambine quanto per gli adulti più coraggiosi — quelli che si concedono il rischio, e il piacere, di attraversarla per lasciarsi bagnare dagli schizzi. Ogni aspetto fisico dei contesti in cui viviamo suggerisce possibilità e definisce limiti nel modo in cui è possibile abitarli, immaginarli e trasformarli. Riconoscere questa pluralità di sguardi, ovvero il ruolo funzionale dell’immaginazione e della fantasia nel modo in cui li abitiamo (mai da soli), significa accogliere la realtà nella sua complessità e ampliare la propria prospettiva progettuale.
GIOCO E NARRAZIONE COME FORME DI APPROPRIAZIONE DELLO SPAZIO
Riferirsi all’immaginazione, alla fantasia e al gioco parlando di infanzia può apparire semplice e anche un po’ scontato, come allo stesso modo riferirsi alla creatività come a qualcosa di speciale, di o per pochi, o a qualcosa di stravagante. Quella del gioco è, tuttavia, “qualche cosa di più che un fenomeno puramente fisiologico e una reazione psichica fisiologicamente determinata […] oltrepassa i limiti dell’attività puramente biologica; è una funzione che contiene un senso” (Huizinga, 1983, p. 17-18). È attraverso il gioco che i bambini e le bambine conoscono e danno significato al loro spazio di vita. Nello sviluppo infantile il gioco è strettamente collegato al pensiero narrativo. Gioco e pensiero narrativo permettono, infatti, ai bambini di esplorare e di appropriarsi dell’ambiente che li circonda attraverso la creazione di storie e scenari più o meno immaginari. Il linguaggio narrativo è, in generale, lo strumento più potente con cui costituiamo la realtà, la via che consente di attribuire significato e valore alle nostre esperienze. Portare queste riflessioni sul piano concreto della progettazione – tanto dell’urbanista che ci trova a disegnare gli spazi della città, che dell’educatore o del pedagogista, che in tali spazi si muovono, ma che, quotidianamente, sono chiamati a disegnare gli spazi dei loro servizi – è possibile, ma implica una responsabilità, cioè quella di muovere dalle idee ai fatti. Significa immaginare, disegnare e allestire – nella città, nelle scuole e nei servizi educativi – condizioni e/o attività che sostengano per tutti, a partire dai bambini e dalle bambine, l’esperienza dell’appropriazione ludica e narrativa dell’ambiente in cui vivono, in modo che i suoi spazi diventino luoghi significativi della e per la propria biografia. Spazi in cui riconoscere la propria traccia, la propria storia, ma anche in cui raccontarla.
L’AMBIENTE SIMBOLICO E LE TRADIZIONI STAGIONALI
Oltre a quello fisico, concreto, tangibile – la sezione, la piazza, la scuola – esiste da sempre anche un ambiente simbolico, invisibile, ma non meno reale, in cui adulti e bambini misurano i reciproci spazi di possibilità. È lo spazio dell’immaginazione e della fantasia, che attraversa le tradizioni con il loro portato di rappresentazioni, valori e abitudini. Anche questo è un ambiente educativo, in cui si intrecciano esperienza personale e dimensione sociale, e che chiama l’adulto, soprattutto chi opera nei servizi educativi, a una riflessione etica su come predisporre e abitare simbolicamente i contesti dell’infanzia. Il ciclo delle stagioni, che si apprende a scuola, camminando per strada o guardando fuori dalla finestra, non riguarda soltanto le trasformazioni della natura – le giornate che si allungano o si accorciano, gli alberi che germogliano o perdono le foglie – ma anche i cambiamenti simbolici legati alle festività che scandiscono l’anno. Al di là del loro significato religioso o spirituale, queste ricorrenze danno forma e colore agli spazi vissuti dai bambini, dentro e fuori i servizi. I riti e le narrazioni che le accompagnano modificano il volto della città e creano atmosfere che alimentano attese, fantasie e significati condivisi. Per gli educatori si pone senz’altro il tema di come porsi rispetto ai significati che muovono questi momenti, di come posizionarsi in uno spazio simbolico sensibile, in cui ci si confronta con il tema del rispetto dell’espressione culturale del singolo e quello della pluralità delle molteplici sensibilità culturali. La prima domanda che si dovrebbe fare un educatore/una educatrice, tuttavia, riguarda la natura stessa di queste tradizioni, che, in molti casi, seppur vengano percepite come secolari, risultano, invece, un’invenzione relativamente recente, frutto di intrecci e rielaborazioni, in cui può essere interessante perdersi o riconoscersi come attori protagonisti (Hobsbawm e Ranger, 1987). Si pensi, ad esempio, alla festa di Halloween, la vigilia di Ognissanti, che, nata in ambito anglosassone, negli ultimi decenni si è radicata anche in Italia; o alle molte figure che popolano l’immaginario invernale, da Santa Lucia a Babbo Natale, protagoniste di un vero e proprio ciclo di “portatori di doni” (De Giorgi, 2017). Al di là delle varie specificità locali (nazionali, regionali, paesane), rispetto alla centralità di alcune di queste figure (ad esempio Santa Lucia), senza dubbio, la concorrenza è stata vinta, per popolarità, da quello che comunemente chiamiamo Babbo Natale. Un personaggio dalla forte riconoscibilità internazionale, che si è progressivamente affermato in Italia, soprattutto dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, ovvero nei cosiddetti anni del boom economico. È proprio attorno a questa figura che muove la storia di un gruppo di adulti che ha immaginato di reinventare una tradizione attraverso una cassetta rossa, comprata per posta, a posta e per la posta.
UNA CASSETTA ROSSA PER L’IMMAGINAZIONE
L’ambiente fisico e quello simbolico non sono spazi di esperienza indipendenti l’uno all’altro: una scuola non è solo le quattro mura che la circoscrive, ma anche l’insieme di rappresentazioni, aspettative e significati che la attraversa, allo stesso modo una città non è semplicemente uno spazio topografico, ma un insieme di storie declinate al presente. È in questa cornice di pensiero che si colloca un’esperienza iniziata alcuni anni fa e ancora in corso in un quartiere popolare di una città di medie dimensioni, una città come tante, ma in cui qualcuno non avrà difficoltà a riconoscersi. L’esperienza nasce per opera di un gruppo informale impegnato nella promozione della cura delle piccole cose, della partecipazione per davvero e della cittadinanza come si dovrebbe fare; un gruppo come non ce ne sono mai tanti quanti ce ne vorrebbero1 . Un gruppo, anche perché composto prevalentemente da genitori, che ha sempre privilegiato la ricerca di spazi di confronto e di immaginazione con le educatrici e le insegnanti presenti nel quartiere. Le iniziative promosse, finalizzate a costruire senso di appartenenza al luogo, occasioni di socialità e spazi di convivialità intergenerazionale, si sono caratterizzate costantemente per la premura di mettere al centro l’attenzione per il coinvolgimento attivo delle persone, in primis, dei bambini e delle bambine, ovvero di rispondere al bisogno di offrire un’autentica esperienza di partecipazione allo spazio pubblico, a partire dalla convinzione che la piena cittadinanza si realizzi non solo attraverso l’accesso a e la fruizione di un dato ambiente (a fini ludici, conoscitivi ecc.), ma anche attraverso la possibilità di modificarlo, ovvero “addomesticarlo” attraverso le proprie espressioni culturali e personali (Cardarello, 2019). In questo senso, l’idea di costruire una progettazione su una delle ricorrenze così comuni, che tocca l’esperienza di tutti, come il Natale, è apparsa come promettente, ma da subito anche sfidante. L’obiettivo era riempire di senso uno angolo di passaggio del quartiere, in modo che chiunque potesse interagire con questo spazio lasciando una propria traccia, appropriandosene in modo giocoso e contribuire, così, a farlo diventare un luogo, cioè uno spazio con una storia da raccontare. Il progetto è iniziato nel 2012 attraverso momenti conviviali prenatalizi che hanno visto azioni di manifesta partecipazione come collocare sotto i portici della via principale del quartiere un albero in comune, un albero trovatello, che appare una mattina di dicembre e che invita a essere addobbato collettivamente, ognuno portando la propria decorazione. Attorno a questo piccolo evento, nel corso degli anni, molteplici e diversi gruppi di persone si sono scambiati gli auguri, sono state organizzate raccolte alimentari e le scuole hanno portato fuori le loro sezioni e classi a esplorare il quartiere e realizzare le classiche feste di fine anno con le famiglie. Nel 2018 è stato deciso di sviluppare lo scenario, aggiungendo alcuni elementi su cui costruire ulteriori spazi di partecipazione e socialità. A tal proposito, è stata comprata una piccola cassetta per la posta da esterni, rossa fiammante, e durante la notte tra il 23 e il 24 novembre2 , è stata posizionata – in gran segreto e senza alcun preavviso – in una bacheca di legno a lato dei portici della via, in un angolo ben in vista della piazza, attorno alla quale affacciano i caseggiati, le scuole (dell’infanzia e primaria) e la biblioteca. Il primo anno, al mattino nei palazzi delle vie limitrofe sono comparsi dei foglietti rossi, con su scritto una sorta di stringato comunicato da parte di sedicenti aiutanti di Babbo Natale, che rivendicavano l’azione; ma, dato che certi oggetti, in certi momenti dell’anno, possiedono una loro affordance, senza bisogno di altra comunicazione, ai più è stato chiaro che si stava realizzando un miracolo di Natale e così di giorno in giorno la voce è passata di bocca in bocca e la cassetta si è riempita di lettere di centinaia di bambini e bambine con le loro richieste, i loro desideri, i loro disegni e i loro pensieri per il famoso portatore di doni. I sedicenti aiutanti ogni sera, fino al 6 gennaio dell’anno nuovo, si preoccupano di svuotare la piccola cassetta rigonfia di sogni e di mettere da parte le preziose lettere raccolte, per consegnarle, ovviamente al suo destinatario. Centinaia di storie che, a un certo punto, si sono intrecciate anche a un periodo critico, come quello della pandemia e le sue restrizioni, che non ha, tuttavia, rallentato questa magica corrispondenza.
POTERE DELLA FANTASIA
Resistenza, resilienza, insistenza? Un po’ di tutto e di tutto un po’, perché, quando si accende uno spazio per l’immaginazione, tutto si confonde e diventa possibile, anche pensare di poter uscire da un momento difficile, riuscire a dedicare del tempo a un progetto comune, senza fini di lucro, ma con tanti utili, provare a diventare ciò che si vuole, essere ciò che ci si sente di essere, tornare o continuare a vivere il proprio spazio di vita in relazione agli altri, a un’altra velocità. Questo è il potere della fantasia: fornire una base sicura su cui sperimentarsi, crescere e sviluppare appieno le proprie potenzialità, provare a essere cittadini autonomi e consapevoli. In altre parole, essere quelli che sognano e disegnano mondi possibili, che lasciano un segno, anche perché altri prendano poi la loro strada. Questo è il potere che dovremmo esercitare, come adulti, educatori e coordinatori di servizi educativi: sostenere questa possibilità fantastica, per noi stessi e per i bambini e le bambine di cui ci prendiamo cura. Questo è ciò che comporta, oltre gli slogan, farsi artefici di spazi e ambienti educativi diffusi, essere, cioè, parte attiva di un’autentica comunità educante. Espressione certamente un po’ abusata, ma che pone in evidenza la necessità di ripensare in modo aperto e divergente tanto il rapporto tra i diversi attori sociali che hanno delle responsabilità educative, quanto le occasioni e gli spazi in cui proporre esperienze intrinsecamente educative.
1 Tra le altre iniziative che hanno avuto un certo riscontro si può ricordare il percorso partecipato per attribuire un nome a un parco del quartiere denominato “Diamo un nome al parco Senza Nome” (Pintus e Antonietti, 2020). Per ciò che riguarda quanto qui viene presentato, si ritiene opportuno mantenere un poco di mistero sui diversi protagonisti di questo racconto.
2 La notte che precede San Prospero, il santo patrono cittadino, festività a sua volta ammantata di storie e leggende, e che per molti coincide anche con l’inizio delle celebrazioni legate al periodo natalizio.
CIAO ALESSIA, HARMAN, SOFIA -PABLO
BIBLIOGRAFIA
Cardarello R., “Spazio pubblico e educazione infantile. Un’introduzione”, in R. Cardarello, A. Pintus (a cura di), Oltre le mura. L’infanzia e la scoperta degli spazi pubblici in città, Reggio Emilia, Edizioni Junior, 2019, pp. 11-21.
De Giorgi F., Il dicotomico avvio della storiografia sulla Befana, in “Annali di storia dell’educazione e delle istituzioni scolastiche”, 24, 2017, pp. 141-167.
Edwards C., Gandini L., Forman G. (a cura di), I cento linguaggi dei bambini. L’approccio di Reggio Emilia all’educazione all’infanzia, Reggio Emilia, Edizioni Junior, 2017.
Freire P., La pedagogia degli oppressi, Torino, EGA, 2002.
Guerra M., “Affordances ed educazione all’aperto: prospettive per approcci ecologici”, in M. Antonietti, F. Bertolino, M. Guerra, M. Schenetti (a cura di), Educazione e natura. Fondamenti, prospettive, possibilità, Milano, FrancoAngeli, 2022, pp. 18-30.
Heft H., “Affordances and the perception of landscape: An inquiry into environmental perception and aesthetics”, in C. Ward Thompson, P. Aspinall, S. Bell (a cura di), Innovative Approaches to Researching Landscape and Health, London-New York, Routledge, 2010, pp. 9-32.
Hobsbawm E., Ranger T. (a cura di), L’invenzione della tradizione, Firenze, Einaudi, 1987. Huizinga J., Homo ludens, Einaudi, Firenze, 1983.
Pintus A., Antonietti M., “Parchi. Spazi pubblici ed invadenti”, in M. Guerra, F. Bertolino (a cura di), Contesti intelligenti. Spazi, ambienti, luoghi possibili dell’educare, Reggio Emilia, Edizioni Junior, 2020, pp. 60-7.