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IN-COMPRENSIONI
Daniela Mainetti, Elisabetta Marazzi e Alessia Todeschini
Fuori Orario
Abstract
L’incontro dei bambini e delle bambine con le narrazioni incredibili della mitologia greca prova qui a trovare un punto d’approdo in un’esperienza formativa costruita per appassionarli alle vicende fantastiche ideate nell’antichità. È il tentativo di promuovere una disposizione a guardare e a cogliere, dietro e dentro le leggende, gli aspetti più significativi della realtà naturale e sociale: quasi una metodologia, finalizzata alla comprensione dei testi di un mondo a loro sconosciuto. La scommessa è diventata quella di accompagnare i bambini verso una rappresentazione disegnata e coreografica degli eventi raccontati, per verificare le loro intuizioni, le loro capacità di penetrazione e di interpretazione intorno a quanto è stato sperimentato e vissuto.
Parole chiave Miti, leggende, paure, maschere, magie, suoni
Contatti angelo.rimondi@tiscali.it
"Lungo alcune strade si incontrano giardini involontari: li ha creati la natura. Non danno l’impressione di essere selvatici e tuttavia lo sono. Un indizio, un fiore particolare, un colore vivo, li distingue dal paesaggio circostante”
Gilles Clément, 1991
I bambini e le bambine sono svegli, piano piano li porto in bagno, mentre Marta resta nella stanza del sonno con chi desidera stare appisolato an cora un po’ sul suo materassino. Nella penombra della sala, i bambini ancora un po’ assonnati si at tardano guardando intorno. Gli altri si alzano per lo più sereni, ripongono i loro peluche e alla spic ciolata vengono verso il bagno. L’idea che il turno di chiusura sia quello meno im portante, il meno gratificante per un’educatrice è molto diffusa tra le mie colleghe… io, invece, lo adoro. Il ritmo lento del risveglio mi permette di dedicare il giusto tempo alla relazione con ciascun bambino e bambina e di lasciare spazio ai loro tentativi di infilarsi da soli calze e pantaloni. Una volta rivestiti, progressivamente e con movenze incerte, riprendono contatto con l’ambiente, qua si consapevoli che alcuni di loro si stanno ancora svegliando. Il pomeriggio al nido ha un che di magico, come un momento sospeso nella quotidianità. I bambini si cercano con gli sguardi, riprendono in mano i materiali già riordinati da noi, con una calma da sogno. Anche la merenda è speciale, per me ha il sapore della coccola e i bambini si prendono tutto il tem po di cui hanno bisogno. Oggi, per esempio, quan do Viola ha visto entrare la nonna, le ha sorriso senza alzarsi dal tavolo. Ha continuato a mangia re il suo latte e biscotto, alternando lo sguardo tra la tazza e la nonna Vanna, che ha subito capito di dover rallentare, avvicinandosi e sedendosi poi di fianco a lei. Viola è una delle prime a uscire, per ché lei e la nonna devono andare a prendere suo fratello a scuola. L’arrivo di Vanna non sorprende nessun bambino, anzi, è diventata quasi per tutti una piacevole routine. Durante la merenda del pomeriggio si parla poco, è più una questione di sguardi di incoraggiamento che invitano i bambini a sedersi, quando, uno alla volta, escono dal bagno e si guardano intorno. Poi ci sono bambini come Riccardo, che quando si sveglia comincia a parlare, anzi, a chiedere e a raccogliere tutto ciò che incontra sulla sua strada. Ecco, lui devi andarlo a prendere per farlo arrivare al tavolo della merenda, perché è già lì a giocare con la pista delle macchinine. E anche quando si siede a tavola non ti lascia respirare: vuole la me renda, subito! Chiede di sedersi al suo solito posto e si arrabbia se è già occupato da qualcun altro. Quando entra nonna Vanna, Riccardo si agita po’ e cerca di attirare la sua attenzione. Parla al rit mo di una macchinetta e non riesce a stare fermo. Ecco, ha fatto cadere il latte e adesso piange. Per fortuna che Marta ha finito e arriva con gli ulti mi due bambini, così mi posso sedere di fianco a lui, per calmare la sua agitazione. Basta un gesto d’attenzione con Riccardo. Basta che lui sappia che c’è qualcuno per lui, che è lì solo per lui. A merenda conclusa, i bambini e le bambine del prolungato vengono con me. Quando Marta fini sce il turno, prima di andare via, mi aggiorna su ciò che è avvenuto la mattina e io rimango con Rita, la nostra operatrice d’appoggio, che inizia a pulire le sezioni. Quest’ora e mezza è quella che preferisco. Ci sono sei bambini che rimangono al nido fino alle sei e quando non possiamo fare un giro in giardino, ri maniamo in sezione. Spesso guardiamo fuori dalla finestra, usando i rocchetti come cannocchiali per cercare cose preziose, animali di passaggio o per osservare i colori del nostro murale, a uno a uno. Ad Anna, invece, piace sfogliare i libri di quella sezione, ormai li conosce a memoria. Quando la mamma o il papà vengono a prenderla, chiede sempre di leggerne uno insieme. Mi piace che i genitori si sentano a loro agio nel nostro nido, che si sentano accolti. Mi piace per tutti, tranne che per la mamma di Riccardo! Quella donna mi fa davvero arrabbiare perché sento che non ci rispetta, ci tratta come se fossimo le baby sitter di suo figlio e considera il nido come un par cheggio. Ieri, poi, è proprio riuscita a rovinarmi la giornata! Se ci ripenso, mi vengono ancora i nervi e mi agito al pensiero che adesso stia per arrivare. Lei non entra mai in sezione, resta sulla porta e da lì chiama suo figlio. Mi rivolge la parola solo per chiedermi: “Tutto bene?”, ma poi non ascolta nemmeno la risposta perché Riccardo corre fuori, passando sotto le sue gambe. La sento agli ar madietti, che parla al telefono, mentre suo figlio prende i giochi degli altri bambini e li butta in giro. Ci mettono venti minuti per uscire e sono venti mi nuti di caos. Spesso è Rita che li “accompagna” all’uscita, cercando di contenere l’esuberanza di Riccardo, mentre la mamma non gli dice mai nien te! Non è capace di dargli i limiti, e pensare che lui ne avrebbe tanto bisogno. Ieri, però, Rita non c’era in uscita, perché stava pulendo i bagni. E io la sentivo fuori, che parlava al telefono, mentre Ric cardo sbatteva le ante degli armadietti. Mi è salito il nervoso! Io sono qui per i bambini, sono qui con i bambini e non posso uscire per dare retta a lei. Perché non lo capisce? Perché non mi vede? Per ché non comprende di essere in un servizio edu cativo?! A un certo punto, però, ho messo la testa fuori dalla sezione e ho visto Riccardo che si stava arrampicando sulla macchinetta del caffè che ab biamo in accoglienza. “Attenta, mamma!” ho gri dato istintivamente. Lei si è girata, ha strattonato Riccardo, e poi mi ha guardata come a dire: “Non è successo niente!”. Io non sono riuscita a dire al tro, ho chiuso la porta con un sorriso stentato, fru strata per quanto successo. Adesso osservo Riccardo che gioca con le mac chinine, le fa correre per tutta la stanza, cercando di farle scontrare contro qualche oggetto o mobi le. A ogni “incidente” che riesce a provocare, escla ma: “Baaaam!”. È concentrato, di buon umore, e non perde mai la direzione del suo gioco, solo ogni tanto mi guarda per capire se approvo. Alle cinque e venti arriva la sua mamma, che en tra con il solito rituale: “Tutto bene?”. Questa vol ta, però, Riccardo non scappa fuori dalla stanza, ma continua con il suo gioco. La mamma resta incerta, sulla soglia. Lo chiama un paio di volte, ma Riccardo perdura nelle sue intenzioni ludiche. Faccio mente locale, penso velocemente a cosa sia opportuno fare, rifletto sul mio ruolo di edu catrice – che sì è qui per i bambini, ma anche per i genitori – reprimo il mio disagio e con un sorriso calmo le dico: “Valentina, entri pure, può sedersi un po’ qui con noi e prendersi una pausa, mentre Riccardo finisce di giocare”. Lei mi guarda un po’ stupita, sono sicura che non si ricorda il mio nome, figuriamoci se può immaginare che io conosca il suo. “Non ho i sovrascarpe e poi siamo di fretta, vero Riccardo? Dai! Dobbiamo andare”. Le indico l’armadietto con i calzari e aspetto, sorri dendo. Riccardo sbircia per un attimo nella nostra direzione. Valentina entra, e si avvicina a noi senza dire una parola. Le squilla il telefono, lo prende e fa per rispondere, ma poi, inaspettatamente, lo spe gne. Si siede e finalmente la vedo rilassarsi, guar da suo figlio giocare, poi si volta verso di me e mi dice: “Scusi tanto, ma purtroppo non mi ricordo il suo nome”. “Sono Gloria”, le dico, allungandole la mano, “l’educatrice del pomeriggio”
Daniela Mainetti, consulente pedagogica e formatrice.
Elisabetta Marazzi e Alessia Todeschini, pedagogiste e
formatrici.