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COMUNICAZIONE

LE PAROLE DELL’EDUCAZIONE

Abstract

L’atteggiamento di chi educa costituisce un fattore cruciale per la qualità della relazione educativa. Più che dalle tecniche e dagli strumenti impiegati, infatti, la crescita armonica dei bambini e delle bambine è sospesa alla capacità dell’adulto di vedere ciascun soggetto nella propria unicità, nonché di sintonizzarsi empaticamente con i suoi vissuti emotivi.

Dopo aver delineato ciò che può connotare uno sguardo che vede e un ascolto che sente davvero l’altro, nel presente articolo si metteranno a fuoco alcune disposizioni di uno stile educativo fenomenologicamente orientato. Verranno inoltre avanzate possibili direzioni formative per coltivare, nel/nella professionista dell’educazione, la competenza empatica a partire dalla cura di sé.

Parole chiave

Sguardo educativo, pedagogia fenomenologica, empatia, ascolto, sentire

Contatti

antonella.arioli@unicatt.it

La comunicazione è un elemento essenziale della relazione adulto-bambino. Al tempo stesso, rappresenta un concetto fondativo tanto della riflessione pedagogica, quanto della pratica educativo-scolastica intesa nella sua accezione più ampia.

Ma, nel dettaglio, che connotati assume la parola comunicazione nell’infanzia? Cosa vuol dire, ovvero, comunicare con un bambino?

Per trovare una risposta, occorre dapprima analizzare il vocabolo dal punto di vista etimologico. Il termine comunicazione deriva dal verbo latino comunicare che significa, nella forma transitiva, “trasmettere”, mentre nella forma intransitiva “essere in relazione, condividere sentimenti e ideali”. Comunicare, quindi, comporta mettere in comune qualcosa, accomunare, condividere, far partecipe, prendere parte a, essere in rapporto con (Campanini e Carboni, 2002).

L’etimologia della parola, come si nota, già ci dice che la comunicazione non è un fatto individuale, ma interpersonale. Watzlawick et al. (1971), a riguardo, affermando che è impossibile non comunicare, evidenziano come ogni forma di interazione umana implichi il coinvolgimento di due soggetti e, necessariamente, una modalità relazionale portatrice di un proprio significato.

Comunicare ha, pertanto, valenze anche esperienziali. Le caratteristiche e gli elementi interattivi variano cioè in base al contesto, ai caratteri personali dei dialoganti, agli aspetti sociali e culturali, agli elementi linguistici ed extralinguistici. La comunicazione, d’altronde, ha successo solo se le circostanze di riferimento e il codice linguistico utilizzati sono noti a entrambi i parlanti.

Quanto affermato risulta particolarmente vero se si considera l’infanzia, dove il processo comunicativo – sia esso collocato nella dimensione pedagogica, familiare o scolastica – si configura, più che in ogni altra fase della vita, come intreccio inscindibile e integrato di componenti esperienziali, formative e relazionali. Nell’ambito 0-6, peraltro, non solo non si può non comunicare, ma si deve comunicare, poiché l’infanzia comporta maggiori responsabilità. Qualsiasi adulto interagisca con un bambino – sia esso un educatore, un insegnante o un genitore – assume, ovvero, il ruolo di potenziale modello comunicativo. La comunicazione non si esaurisce allora nell’impossibilità di sottrarsi all’atto comunicativo.

Comunicazione

(Farnaz Farahi)

ma si traduce nella necessità di sviluppare piena consapevolezza circa la natura e gli effetti del messaggio trasmesso ai bambini. Non bisogna dimenticare, infatti, che il processo comunicativo è sempre di natura circolare (Watzlawick et al., 1971).

La responsabilità che accompagna l’atto comunicativo adulto-bambino, a sua volta, si collega alla conoscenza dei molteplici linguaggi di cui l’infanzia si caratterizza. In altre parole, comunicare con i bambini non significa farlo soltanto a livello contenutistico, dando informazioni e indicazioni, quanto a livello simbolico.

Significa adottare il linguaggio corporeo, grafico, sonoro, creativo, valorizzando la componente figurativa della comunicazione, accanto a quella più propriamente razionale. Significa adattare parole, modalità e tempi a quelli del bambino, senza procedere attraverso criteri standardizzati e anonimizzati (Edwards et al., 2017).

In questo senso, comunicare, nella prospettiva 0-6, è un processo sì esperienziale e relazionale, ma fondamentalmente flessibile. Un approccio dialogico, in grado di ascoltare il bambino e sintonizzarsi con le sue molteplici modalità espressive, favorendo l’emergere di significati condivisi. Una comunicazione, in definitiva, che non si riduca a semplice strumento educativo, ma diventi essa stessa esperienza formativa generativa, dai forti connotati non solo pedagogici e didattici, ma anche interculturali. Non uno spazio neutro, ma di incontro e dialogo, che sia occasione di riconoscimento reciproco e, oltretutto, strumento di appartenenza (Cambi, 2012).

Bibliografia

Cambi F., Incontro e dialogo. Prospettive della pedagogia interculturale, Roma, Carocci, 2012.

Campanini G., Carboni G., Nomen. Latino-Italiano. Italiano-Latino, Torino, Paravia Bruno Mondadori, 2002.

Edwards C., Gandini L., Forman G. (a cura di), I cento linguaggi dei bambini. L’approccio di Reggio Emilia all’educazione dell’infanzia, Parma, Edizioni Junior, 2017.

Watzlawick P., Beavin J.H., Jackson D.D., Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi delle patologie e dei paradossi, Roma, Astrolabio-Ubaldini, 1971.

Farnaz Farahi, PhD, ricercatrice di Pedagogia generale e
sociale, Dipartimento di Scienze Umane e Sociali (DISUS),
membro di Centro Ricerca Educazione Didattica Digitale Innovazione sociale (CREDDI), Università eCampus

 

 

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