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Il modo di essere educatore e l’allontanamento dalla professione
Un’ipotesi su cui riflettere
Linda Boccuzzi
Pedagogista e sociologa
Abstract
Sono sempre meno le persone che scelgono di intraprendere una professione educativa. Questo è un fenomeno emergente in Italia, ma già consolidato (e in espansione) da tempo negli altri Paesi europei. Da alcuni documenti e da recenti studi italiani emerge che è lo scarso riconoscimento sociale del ruolo a rendere questo lavoro poco appetibile per chi potrebbe sceglierlo, ma ci sono naturalmente altri motivi sempre relativi ad elementi che richiamano circostanze sociali, culturali, economiche e organizzative. In questo articolo si avanza l’ipotesi che sia anche il modo stesso di interpretare il ruolo di educatore, da parte di chi svolge questo lavoro, la sua idea di bambino e di educazione, il suo sentirsi gruppo educante, il tipo di relazioni che costruisce con le famiglie, che possono rendere il compito più frustrante e faticoso.
Parole chiave
Professionalità, lavoro, nido, carriera, ruolo
Contatti
linda.boccuzzi@libero.it
“I DIRITTI DI PARTECIPAZIONE SONO DIRITTI DI LIBERTÀ: RICONOSCERLI ALL’INFANZIA SIGNIFICA RICONOSCERE LA LIBERTÀ DEI BAMBINI E DELLE BAMBINE ED È SU QUESTO RICONOSCIMENTO CHE IL MONDO ADULTO VIENE SFIDATO
LA DOMANDA RIVOLTA A UN PICCOLO GRUPPO DI EDUCATRICI
Parlare di se stessi nel profondo non è sempre facile, anche perché non sempre si riesce o si vuole guardare dentro di sé. Agisce sempre quella, più o meno consapevole, tendenza a proteggere la privacy di cui si sono occupati molti studiosi di scienze sociali e politiche. Questo vale anche quando si tratta di parlare di se stessi sotto il profilo professionale del ruolo che si svolge, qualunque esso sia. Raramente sentiamo l’esigenza di condividere con qualcuno “chi siamo” nel lavoro e “come” svolgiamo il nostro lavoro. Sarebbe un mettersi in discussione in prima persona, che si preferisce evitare. Soprattutto, ovviamente, quando non tutto va come dovrebbe andare, o come vorremmo che andasse. Rivolgendo la domanda “cosa rende il vostro lavoro così faticoso?” a un gruppo composto da una settantina di educatrici, impegnate prevalentemente nei nidi comunali dell’area metropolitana barese, ma anche in un nido comunale di Taranto, e in alcuni nidi in gestione a terzi della provincia di Foggia (tutte accomunate, oltre che dal lavoro, dall’essere parte di una stessa associazione che si impegna a sostegno di una maggiore diffusione di una cultura dell’infanzia nel territorio) è arrivata la conferma di quanto premesso. Gran parte delle interpellate (a distanza) non ha risposto alla domanda. Molte possono essere le interpretazioni del silenzio, ma non è di questo che possiamo occuparci in questa sede. Dalle poche risposte ricevute – complessivamente una decina – è emerso il concetto che il lavoro dell’educatore è faticoso perché non ha un riconoscimento sociale adeguato al ruolo. Non è mancato qualche riferimento anche ai salari troppo bassi rispetto al carico di responsabilità che comporta, alle assenti possibilità di carriera, alle non sempre assicurate tutele contrattuali. Questi dati in sé potrebbero non avere alcuna rilevanza in quanto a rappresentatività, visto il numero esiguo di risposte raccolte rispetto al numero di persone a cui è stata rivolta la domanda. Ma tali poche risposte hanno comunque un qualcosa di interessante perché individuano, almeno in parte, le cause delle fatiche dell’educatore negli stessi fattori cui fanno riferimento molti degli autorevoli studi e delle ricerche sull’argomento pubblicati in questi ultimi anni e ai quali si farà di seguito riferimento. Comprendere il fenomeno, relativamente recente in Italia, dato dalla progressiva contrazione del numero di persone che scelgono il percorso formativo previsto per gli educatori dei servizi educativi, è fondamentale per capire come porvi rimedio. È già una realtà la difficoltà a reperire gli educatori e le educatrici necessari per assicurare la continuità del funzionamento dei servizi educativi esistenti, se il trend dovesse consolidarsi, sarebbe a rischio anche il funzionamento dei nuovi servizi che si stanno realizzando con i finanziamenti del PNRR.
CHE COSA RENDE POCO ATTRAENTI LE PROFESSIONI EDUCATIVE?
Daniele Chitti (in press) passa in rassegna alcuni recenti documenti e raccomandazioni della Commissione Europea, proprio sul fenomeno, diffuso e crescente, della scarsa attrazione che esercitano le professioni educative e di cura su chi deve intraprendere il suo percorso di studi e di lavoro. In particolare, nel lavoro di Chitti, viene portato all’attenzione, il documento della Commissione Europea (CE, 2023) dal quale emerge che, oltre ad altre cause tra cui le scarse retribuzioni e tutele sindacali, le inadeguate condizioni di lavoro, le limitate possibilità di carriera, la bassa formazione di base e l’inadeguato aggiornamento, il turnover del personale, l’instabilità delle posizioni lavorative, alla base della carenza di personale nel settore dell’educazione e della cura della prima infanzia ci sarebbe la mancanza di uno status sociale delle professioni educative. Per inciso, a proposito delle limitate possibilità di carriera, Chitti aggiunge anche che in tutti i documenti europei la mancanza di possibilità di carriera è riconosciuto uno tra i fattori più rilevanti di burnout e malessere per chi lavora nel sistema scolastico. Silvio Premoli, in un suo recente articolo, sottolinea che “la percezione del valore sociale delle professioni educative e il loro conseguente riconoscimento sociale ed economico è la questione cruciale” (2024, p. 10) da affrontare, volendo mettere un argine alla fuga in atto da questa scelta lavorativa. La contraddizione rappresentata da una maggiore “visibilità sociale” che l’introduzione di più recenti normative, nonché l’esperienza pandemica, ha offerto alle professioni educative, non accompagnata da un corrispettivo in termini di valorizzazione sociale, fa sì che le professioni educative continuino a essere percepite, in larga misura, come professioni stigmatizzate da cui si tende a prendere le distanze (Guerra, Ferrante e Pepe, 2024).
Le immagini si riferiscono ai servizi educativi della cooperativa Il Mosaico Servizi (Lo)
Gli educatori e le educatrici “oltre a patire un modesto riconoscimento sociale ed economico, hanno sempre a che fare con modi di lavorare ed esigenze organizzative contrassegnate da continue emergenze che li affaticano” (ivi, p. 6).
CHE COSA RENDE FATICOSO IL LAVORO EDUCATIVO PER CHI LO SVOLGE?
Da una ricerca della rivista “Animazione Sociale”, basata su un ampio campione di 3000 educatori professionali, impegnati in diversi tipi di servizi, a cui è stato proposto un questionario con scale Likert, si apprende che il 68% degli intervistati ritiene che è lo scarso riconoscimento sociale del ruolo a rendere il lavoro svolto “molto faticoso”. Si aggiungono a questo altri fattori: “le condizioni contrattuali”, per il 63% dei rispondenti; il “non riuscire a prendersi cura delle persone in modo adeguato per mancanza di risorse”, per il 49%; il “carico di lavoro”, per il 44% dei casi (AA.VV., 2023, p. 4). Questa tendenza a ritenere che sia il modo in cui viene percepito dall’esterno il ruolo di educatore a renderlo più pesante per chi lo svolge, o comunque, altre circostanze sociali e contrattuali viene confermata anche dalle risposte alla domanda “Cosa aiuterebbe oggi educatori/educatrici ad uscire dal senso di scoramento e subalternità?”. Il 77% dei rispondenti dichiara che aiuterebbe “molto” un “contratto lavorativo adeguato ai compiti e alle responsabilità”. Il 72% propende per “una narrazione che permetta alla società di capire chi è l’educatore e cosa fa”. Il 55% avverte che sarebbero di aiuto “competenze e metodologie di lavoro più solide” (ibidem). Nello studio di Matteo Cornacchia e Gina Chianese (2024), che fa riferimento alle esperienze vissute da educatori impegnati nei servizi educativi comunali di Trieste, si individuano sette fatiche dell’educatore: la fatica degli adempimenti (programmazione, stesura e applicazione di procedure, documentazione o rendicontazione); la fatica della legittimazione, in quanto “assai debole il pieno riconoscimento della specificità professionale degli educatori socio-pedagogici”; la fatica della delega che deriva dalla “fuga dalle responsabilità parentali” di cui hanno trattato anche altri numerosi studi, fra cui, ad esempio, Cornacchia e Tramma (2019); la fatica di accogliere come “farsi carico di vicende biografiche segnate da profondi traumi… sin dalla prima infanzia”; la fatica dell’altro, nei casi un cui ci si debba confrontare anche con altre culture professionali, con un grosso sforzo di mediazione, e una necessità di sintesi spesso “estenuanti”; la fatica dell’alienazione che scaturisce dal “dover operare spesso in assenza di riscontri immediati”, considerate le caratteristiche insite e le peculiarità dei modi e dei tempi di ogni percorso evolutivo; la fatica esistenziale, legata all’incertezza e all’instabilità che si vivono globalmente, capace di intaccare anche la capacità e la possibilità di esprimere una progettualità. Per finire, nel già citato lavoro di Guerra, Ferrante e Pepe (2024), si riportano anche i risultati di una ricerca condotta dall’università di Milano-Bicocca su un campione, individuato con criteri probabilistici, di 2462 laureati e laureate in scienze dell’educazione al primo impiego. Alla domanda: “Se potessi migliorare qualcosa del tuo attuale impiego, cosa cambieresti?”, il 45,9% degli intervistati risponde “l’organizzazione del lavoro”, il 27% “la retribuzione”, e soltanto 8,7% “il benessere”. Cosa, quest’ultima, che dovrebbe essere perseguita, per il 4,9% dei casi con la “supervisione sul lavoro che si svolge” (bisogno di conferma su quello che si fa); con modifiche di carattere organizzativo, per l’1,9%; con la formazione per un altro 1, 9%.
DUE INTERESSANTI CONVERGENZE
Non possiamo non rilevare, in ogni caso, che i fattori individuati come causa della scarsa propensione a scegliere la professione di educatore, manifestata con forza crescente da chi si trova a decidere sul percorso di studio e lavoro da intraprendere (CE, 2023; Premoli, 2022; De Carli, 2022) siano, molto spesso, gli stessi fattori che rendono faticoso il lavoro per chi lo ha intrapreso (Animazione Sociale, 2023; Cornacchia e Chianese, 2024; Guerra, Ferrante e Pepe, 2024). Inoltre tutte le motivazioni dei fenomeni, emerse da studi e ricerche di ogni tipo e rilevanza, hanno in comune un’unica caratteristica di fondo: la spiegazione del fenomeno viene trovata nelle circostanze sociali, organizzative, contrattuali nelle quali si troverebbe o si trova a operare il professionista dell’educazione, cioè negli elementi indipendenti dalla soggettività della persona che esclude di potersi dedicare a una professione educativa. Ma questo accade anche quando si tenta di dare risposte al perché il lavoro svolto da chi opera nei servizi educativi risulta essere così faticoso. Le motivazioni della fatica vengono legate alle circostanze esterne, non al modo di essere educatore. Su quest’ultimo punto si vuole offrire qualche spunto di riflessione che scaturisce da una lunga esperienza di lavoro nei nidi.
UNO SGUARDO ATTENTO AL MODO DI ESSERE EDUCATORE
L’educatore regista Il modo di interpretare il suo ruolo, il suo modo di entrare in relazione con le bambine e i bambini, la sua capacità di ascolto e osservazione, quello che si aspetta dalle bambine e dai bambini, dalla collaborazione con le famiglie, dalla condivisione della responsabilità e della progettualità educativa all’interno del gruppo di lavoro sono tutti elementi che possono contribuire (naturalmente non si escludono affatto tutte le altre motivazioni legate alle diverse situazioni sociali e contrattuali) a rendere più o meno “faticoso” il lavoro dell’educatore. Pur mostrando una certa ansia di rinnovamento (soprattutto verso l’acquisizione di nuovi metodi e tecniche che aiutino nelle relazioni con le bambine e i bambini) le educatrici non sempre appaiono interessate a confrontare il loro modo di essere professioniste dell’educazione con l’immagine composita che emerge, ad esempio, dalle Linee Pedagogiche per il Sistema Integrato zerosei (MI, 2021) (di questo può essere un indicatore anche la scelta dei temi per i progetti della formazione congiunta che si sono tenuti in Puglia nel 2023 e 2024). Immagine che non può che essere collegata alla considerazione di quanto le bambine e i bambini siano attivi, e straordinariamente divergenti tra loro, nel costruire, sin dai primi giorni di vita, il loro personalissimo percorso di crescita. Una profonda consapevolezza di questo da parte delle professioniste dell’educazione porterebbe a una maggiore considerazione della portata innovativa, ad esempio, della definizione di educatore come regista di una situazione: non mettere ostacoli e porre limiti, anzi predisporre situazioni, materiali, ambienti perché la ricerca continua e autoregolata di scoperta del sé (fisico, emotivo, cognitivo), del mondo circostante, dell’altro e delle relazioni possa essere messa in atto e sviluppata da bambini e bambine. Questo, mentre resta sullo sfondo l’attenzione pedagogica di un educatore che c’è, ed è quindi una sicurezza per i bambini, senza essere intrusivo (Bowlby, 1989). Un educatore, che oltre a organizzare spazi, materiali, esperienze sia, al limite, capace di stare al gioco insieme ai bambini per espanderlo e articolarlo (Bondioli, 1997). Tutto questo può non essere semplice, se le prassi acquisite portano a sopravvalutare l’obiettivo del gruppo di bambine e bambini che si muove all’unisono. C’è anche da considerare il peso dei ritmi scadenzati dall’organizzazione più ampia del servizio, che può essere di ostacolo all’attuazione della centralità della bambina/del bambino. Ma non prendendo tutto questo come ineluttabile, si può tentare almeno di raggiungere un equilibrio fra le forze opposte (bisogni educativi dei bambini ed esigenze dell’organizzazione). Ne trarrebbe beneficio la qualità del servizio reso alle bambine, ai bambini e alle loro famiglie. L’educatrice sarebbe sollevata dai compiti spesso emotivamente gravosi, e anche vani, di fare in modo, invece, che siano le bambine e i bambini ad adeguarsi alle esigenze organizzative. Se ci si avvicinasse, almeno, a un punto di equilibrio, il lavoro dell’educatore sarebbe molto meno faticoso, meno teso ad ottenere risultati, che le bambine e i bambini non sono interessati a dare, in quanto fuori dai loro reali bisogni di crescita. Sarebbe un lavoro basato sull’osservazione, l’ascolto, rivolto a incoraggiare procedimenti, prevedere sentieri imprevisti di scoperta da parte delle bambine e dei bambini, azzerare l’ossessione dei risultati. L’educatore ricercatore Questa postura renderebbe più comprensibile il concetto di “educatore-ricercatore” che emerge dalle Linee pedagogiche già citate. O meglio, renderebbe più chiara l’utilità del metodo dell’osservazione e dell’utilizzo di strumenti di osservazione, sia per comprendere le modalità di apprendimento, i bisogni cognitivi, relazionali, emotivi dei bambini e fra bambini, fra educatrici, e fra educatrici e famiglie, sia per capire e analizzare le proprie prassi, le proprie interazioni con i bambini, al fine dell’autovalutazione del servizio offerto e di una maggiore sicurezza sulla qualità dello stesso. L’osservazione, se non viene intesa come un semplice, ripetitivo adempimento formale, oltre a dare maggior respiro e fondamento di conoscenza alle attività del team delle educatrici, offre un ricco materiale di confronto con le famiglie, che porta a una più chiara definizione del ruolo e delle competenze dell’educatore, restituendo alla sua professione più riconoscimento sociale. L’educatore nel gruppo Un’interiorizzazione solo parziale della logica del gruppo rende più pesante il lavoro di educatore. Sentirsi gruppo, piuttosto che individuo isolato di fronte alle difficoltà della situazione, è il risultato di un lavorio sapiente e costante con le persone che del gruppo fanno parte, teso a superare non solo la difficoltà di “mettersi davvero in discussione”, ma anche le immancabili ambiguità della comunicazione, e di saper accettare le inevitabili mediazioni necessarie per la soluzione dei problemi. Questo può essere assicurato solo con la presenza di un coordinatore pedagogico competente e fortemente motivato, che assuma il ruolo di “facilitatore” del buon funzionamento del gruppo di lavoro. Riuscire a “sentirsi gruppo” non vuol dire soltanto far funzionare un servizio educativo nella qualità, ma anche condividere le fatiche che il lavoro con le bambine e i bambini comporta (fisiche, mentali, emotive). L’educatore alleato delle famiglie Anche l’alleanza con le famiglie può contribuire a ridurre le fatiche dell’educatore. Mentre, certamente, mettersi su posizioni difensive o stabilire delle distanze può alimentare quell’ansia nell’educatore del “dover rendere conto”, di sentire le famiglie come una controparte, aggravando il carico emotivo. L’alleanza con le famiglie è un’occasione di crescita per le educatrici e gli educatori che devono accogliere, confrontarsi e mediare dei punti di vista non sempre coincidenti con i loro, e anche una formidabile occasione per vedere riconosciuto il proprio ruolo e per far circolare una narrazione dello stesso nel contesto socioculturale, che ne riconosca la complessità e la grande importanza per la crescita e il benessere di tutte le bambine e i bambini. Uscire dall’ambivalenza Gli educatori e le educatrici hanno a volte un atteggiamento ambivalente verso quello che potrebbe aiutarli a sentire il loro ruolo sociale più apprezzato, e rendere (per motivi evidentemente indiretti) il loro lavoro meno gravoso. Cosa potrebbe aiutarli? Come si accennava, certamente la presenza di coordinatori pedagogici che abbiano le competenze necessarie e la motivazione per far funzionare bene il gruppo. Il sentirsi profondamente “gruppo”. L’ascolto, l’osservazione del/la bambino/a per saperne cogliere pensieri, desideri, talenti, bisogni di crescita. L’organizzazione di spazi e materiali, rassicuranti e identitari, ma soprattutto aperti alle conquiste imprevedibili che le bambine e i bambini, fra di loro, sanno fare. La costruzione di relazioni significative con le famiglie. La formazione continua in servizio. Tutte cose che, se sperimentate, darebbero immediatamente riscontri, riconoscimenti, gratificazioni alle professioniste dell’educazione. Tutte cose che, invece, spesso vengono respinte, ritenute un inutile appesantimento del proprio impegno professionale, già così gravoso. Uscire dall’ambivalenza e accogliere davvero il processo di rinnovamento che è stato introdotto dalla normativa più recente, confrontare il proprio modo di essere educatori con quanto prevedono le Linee pedagogiche per il sistema integrato zerosei (MI, 2021) e gli Orientamenti nazionali per i servizi educativi per l’infanzia (MI, 2022) potrebbe davvero essere uno dei modi per rendere il lavoro meno faticoso e veicolarne all’esterno una narrazione che lo renda più attraente per chi deve scegliere il suo percorso professionale. Dovrebbe essere fatto, prima che sia troppo tardi.
1 Legge 205/2017, commi 594-601, Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2018 e bilancio pluriennale per il triennio 2018-2020.
2 Al momento della scrittura del presente articolo, l’implementazione della legge è in fase di attuazione e i decreti attuativi non sono stati emanati.
1 Il problem posing fu teorizzato da Freire in Pedagogia degli oppressi (1968), dove lo contrapponeva al modello educativo della banking education secondo la quale chi impara è un vaso da riempire più che un soggetto capace di spirito critico e di problematizzazione.
2 Polo infanzia Merlino (Medesano), nido d’infanzia intercomunale La Rondine (Comuni di Felino e Sala Baganza), nido d’infanzia Magico Mondo (Comune di Colorno), nido d’infanzia La Tana (Comune di Borgo Val di Taro), nido d’infanzia Bellentani (Comune di Bedonia); nido-scuola Otello Sarzi e scuola dell’infanzia Claudel (Comune di Reggio Emilia)
Nicoletta Ferri, ricercatrice e docente di Pedagogia del corpo, Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione, Università degli Studi di Milano-Bicocca.
BIBLIOGRAFIA
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Bondioli A., “Il processo di apprendimento al nido: le offerte formative e il ruolo dell’adulto”, in N. Terzi et al. (a cura di), Il nido compie 20 anni. La qualità delle relazioni, Bergamo, Edizioni Junior, 1997.
Bowlby J., Una base sicura, Milano, Raffaello Cortina Editore, 1989. Chitti D., La crisi delle professioni del sistema di educazione e istruzione 0/6 in Italia e la relativa carenza di personale, in press.
Commissione Europea, Direzione generale dell’Istruzione, della gioventù, dello sport e della cultura, Carenza di personale nel settore dell’educazione e della cura della prima infanzia. Documento programmatico, Unione Europea, 2023.
Cornacchia M., Chianese G., Il benessere organizzativo degli educatori professionali socio-pedagogici: un’indagine nei servizi educativi territoriali del Friuli Venezia Giulia, in “Civitatis Educationis”, vol. 3., n. 2, 2024, pp. 69-90.
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Premoli S., Educatori cercasi: la crisi del mercato del lavoro educativo, in “Vita”, 2 maggio 2022.
Premoli S., La crisi delle professioni educative e il ruolo della pedagogia accademica fra responsabilità e prospettive, in “Civitatis Educationis”, vol. 3, n. 2, 2024, pp. 163-183.
L’educazione è un dipanarsi di momenti, spesso molto simili gli uni agli altri, eppure tutti straordinari. Come una luce che entra all’improvviso, o un colore che cambia le cose, sospendendo spazio e tempo e mostrando tutto in un’altra prospettiva. Non serve molto, se non uno sguardo continuamente aperto a cogliere il divenire e a introdurre piccole variabili che evidenzino nuove possibilità. Che poi è moltissimo.