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Sta parlando senza parlare!
La fotografia come strumento relazionale e inclusivo
Melissa Mauri (educatrice), Gruppo delle insegnanti e Francesca Morganti (pedagogista) Scuola San Giorgio, Desio (MB)
Manuela Cecotti
Formatrice
Abstract
Nei contesti educativi viene sempre più utilizzata l’affermazione mettere i bambini al centro quando si definisce il proprio approccio educativo. Condividiamo qui un progetto nato dal gruppo dei bambini di scuola dell’infanzia e proseguito nella scuola primaria. Un bambino con autismo e i suoi compagni si sono cimentati in un percorso fotografico che ha portato alla co-costruzione di uno strumento per la comunicazione senza parole. Ideare, progettare, realizzare e verificare l’efficacia del pannello di E. è stato un processo collettivo di inclusione, in cui si sono messe in gioco capacità metacognitive e ragionamenti profondi sui rapporti tra significati e fotografia.
Parole chiave
Non verbale, co-costruzione, comunicazione, inclusione, fotografia
Contatti
cecottimanuela@gmail.com
“FARE UNA SCUOLA AMABILE (OPEROSA, INVENTOSA, VIVIBILE, DOCUMENTABILE, LUOGO DI RICERCA, APPRENDIMENTO, RICOGNIZIONE E RIFLESSIONE), DOVE STIANO BENE BAMBINI, INSEGNANTI E FAMIGLIE È IL NOSTRO APPRODO”
Loris Malaguzzi, 1993
TUTTO PARTE DA UNA DOMANDA
Negli ultimi anni, nei contesti educativi viene sempre più utilizzata l’affermazione “mettere i bambini al centro”, quando si cerca di raccontare il proprio approccio educativo e pedagogico. La scuola dell’infanzia “San Giorgio” di Desio (MB), dal 2019 e in seguito a cinque anni di formazione con la pedagogista Elisabetta Marazzi e l’architetto Mao Fusina, ha deciso di avviare una sperimentazione educativa a partire da questa domanda di ricerca: “Cosa significa, per una scuola dell’infanzia, mettere davvero i bambini e le bambine al centro? Quali pratiche educative sostengono questo fondamentale assioma?” Le nostre riflessioni, ispirandosi a diversi contributi delle pedagogie attive e del socio-costruttivismo, sono confluite sia in una progettazione originale degli spazi interni ed esterni, sia in una organizzazione della scuola a open group (Lill, 2016). Nel costruire la nostra realtà educativa siamo partite da un’idea di apprendimento reticolare e dalla consapevolezza che la conoscenza è un processo che si sviluppa in gruppo, alimentandosi attraverso ipotesi, teorie, conflitti e domande generative che costruiscono gradualmente i saperi e le identità di tutti gli attori in gioco. Una visione di educazione che privilegia la dimensione dell’ascolto e una postura adulta ben precisa: educatrici e insegnanti sono, insieme a bambini e bambine, ricercatori sul campo, che, attraverso buone domande, lo strumento di lavoro più prezioso che abbiamo, sperimentano situazioni di apprendimento sempre nuove. Nel tempo abbiamo ampliato la nostra sperimentazione a diversi campi della relazione educativa, compreso il complesso processo dell’inclusione sociale. La scuola dell’infanzia in cui operiamo, infatti, accoglie da sempre bambini e bambine di provenienze culturali e linguistiche differenti e, negli ultimi anni, un numero crescente di alunni con certificazioni. Crediamo che questa esperienza sia preziosa, sia perché ha visto una stretta collaborazione di rete tra la scuola dell’infanzia e la cooperativa sociale “Il Mondo di Emma Onlus” di Carate in Brianza, che offriva l’educatrice scolastica, sia perché questa progettualità ha offerto la possibilità di mettere in gioco nuovi strumenti comunicativi.
Sta parlando senza parlare!
Lavorare con bambini con autismo che non utilizzano il linguaggio verbale significa mettersi in posizione di ascolto dei loro bisogni e di comprensione della loro prospettiva; per farlo è necessario privilegiare una didattica con piccoli gruppi. Attraverso le conversazioni e i dialoghi, infatti, si riesce a riflettere su alcune domande in modo più approfondito e quasi intimo. Tutto comincia nell’inverno del 2021, quando, proprio durante un circle time, A. (5 anni) chiede: “Quando E. mette le mani sull’orecchio è perché gli dà fastidio il rumore? Sta parlando senza parlare!”. Queste frasi avviano ragionamenti su come aprire per E., bambino con autismo non verbale della nostra scuola, un canale di comunicazione con noi. I bambini sentono questo bisogno per poterlo coinvolgere nei loro giochi quotidiani. In un primo momento, i suoi compagni suggeriscono di provare a comunicare attraverso gesti quali l’indicare, il prendere per mano e l’abbracciare. Tuttavia, ci rendiamo presto conto che, per esempio, E. ci abbraccia sia quando è felice sia quando è triste o arrabbiato. Dobbiamo allora trovare un modo per permettergli di scegliere e comunicare anche uno specifico sentimento. Inizia così un’indagine accurata che coinvolge il gruppo per l’intero anno scolastico 2021-2022 e che prosegue anche l’anno successivo. Abbiamo iniziato a osservare e a prendere nota dei suoi movimenti, dei suoi spostamenti, dei suoi giochi preferiti e delle sue routine. Colgo l’occasione, dopo aver mostrato un quadernino che E. utilizza a casa per la Caa (Comunicazione aumentativa alternativa, composta di simboli e immagini predefinite), per rilanciare al gruppo chiedendo nuove idee e tenendo la domanda aperta a ogni proposta originale. Cerco di far nascere uno strumento co-costruito da usare a scuola al fine di farlo diventare parte integrante di tutto il processo di apprendimento e di relazione dell’intero gruppo.
FERNAND DELIGNY: LA FOTOGRAFIA PER I BAMBINI PRIVI DI LINGUAGGIO
Dai recenti studi universitari ricordo l’opera di Fernand Deligny (1913-1997), enigmatico e poco conosciuto pedagogista francese, che aveva condotto uno studio con i bambini privi di linguaggio. Nelle sue comunità sperimentali, i bambini autistici a basso funzionamento venivano considerati come delle “forme-di-vita” (Agamben, 2017), e dunque degli individui che esistevano grazie al contesto, al momento in cui si trovavano e alle azioni che erano liberi di svolgere. Deligny, invece di forzare i bambini alla rieducazione al linguaggio convenzionale, investiva sul potere delle immagini e della fotografia come strumento di apprendimento individuale e successivamente di comunicazione allargata. Infatti, le foto correlate all’ambiente della comunità fornivano opportunità di dialogo nella vita quotidiana. Nel corso dei suoi tentativi egli aveva provato a ricreare un ambiente che permettesse ai bambini di esprimere competenze e punti di forza, nonostante le loro limitazioni linguistiche. “Allora su cosa si può contare quando manca il linguaggio? Fidarsi dei nostri occhi. Fidarsi delle nostre mani” (Deligny, 1977, p. 42). Quello che rendeva il tentativo di Deligny innovativo e interessante, e che mi ha indotto a riprenderlo oggi, era l’idea di affidare ai bambini autistici una macchina fotografica, lasciandoli liberi di vagare per gli ambienti e fotografare. In questo modo, potevano scegliere, grazie allo strumento fornito, ciò che vedevano e ritenevano importante per loro. In quel caso specifico, l’educatore non aveva la pretesa di trovare un significato alla foto, ma piuttosto di individuare un percorso di apprendimento di ciascun bambino dando risalto al suo punto di vista, mettendolo così al centro: egli stava usando un linguaggio sostitutivo per dare senso alla propria esperienza del mondo.
Il pannello di E.
Seppur con marcate differenze rispetto a Deligny, che, per esempio, prevedeva la presenza di soli bambini autistici discostandosi dalla prassi italiana di inclusione, abbiamo provato a creare, all’interno del gruppo dei pari di E., un canale originale: una comunicazione fatta di fotografie. Si è rivelato più immediato riconoscere la foto di uno spazio o di un gioco utilizzato tutti i giorni, con il quale il bambino ha creato un legame e una routine. “Se E. prende la foto dei lego significa che ci vuole giocare!”, ha affermato un giorno a piena voce B. (5 anni). Le foto hanno assunto un ruolo molto importante e sono diventate uno strumento attivo e dinamico nelle mani dei bambini. Il gruppo, attraverso domande guida e osservazioni, ha così co-costruito una raccolta. L’idea di utilizzare le foto è arrivata infatti dai bambini, che si sono mostrati in ricerca proprio grazie al contesto sopra spiegato.
Alla luce di quanto raccontato nel caso del pedagogista francese, ai bambini della scuola, compreso E., è stata data una fotocamera perché riprendessero liberamente quelli che per loro potevano essere dei momenti particolari o dei giochi in cui E. era impegnato. È stato importante scegliere di utilizzare fotografie di oggetti reali della scuola e scattate da loro perché è a partire da quei luoghi e da quella quotidianità che E. ha instaurato relazioni, provato emozioni, sentendosi così totalmente coinvolto all’interno del gruppo.
Abbiamo incollato sul retro di ciascuna foto una striscia di velcro e poi raccolto le immagini su un pannello di legno che aveva a sua volta delle strisce di velcro al suo interno. In questo modo, le foto potevano essere aggiunte e tolte e il pannello essere appeso e spostato. Ci siamo resi conto di quanto fosse importante avere queste foto sempre a portata di mano, il pannello poteva essere riposizionato e diventava subito fruibile anche a bambini di altri gruppi.
Così è diventato facile e intuitivo per E. trovare e staccare l’immagine di quello che desiderava in quel momento, e lo stesso è avvenuto per i compagni. Parlavano tra di loro senza parlare, proprio come aveva detto A. a inizio anno. Questo strumento, nato per un bambino, è diventato per tutti un gioco di comunicazione attraverso le fotografie; successivamente, quello che loro chiamano ancora il pannello di E., si è rivelato funzionale ed efficace, anche nell’anno scolastico 2023-2024, per coloro che parlano altre lingue, come pure per chi non verbalizza e nei casi di diverse disabilità. I bambini, costruendo questo materiale componibile dall’ideazione alla realizzazione, lo hanno vissuto e reso fruibile a
tutti in quanto alla loro portata, originato da bisogni personali tangibili e a una misura adatta a loro. In ottica di continuità con il lavoro svolto e per il benessere di E., questo nuovo strumento di comunicazione e relazione è stato portato anche alla scuola primaria. Le insegnanti hanno creato un’agenda visiva dei luoghi e dei giochi nella nuova classe. La maestra recentemente ha raccontato di come E., grazie al lavoro fatto con le foto nella scuola dell’infanzia, abbia sin da subito interiorizzato il meccanismo di comunicazione con gli altri bambini e con le nuove maestre.
LA FOTOGRAFIA PER COMUNICARE E INCLUDERE
La forza delle immagini fotografiche scattate da questo gruppo di bambini offre opportunità speciali di pensiero e di azione. Per ciascuno di loro, nei primi 2 anni di vita, è stato cruciale scoprire come una foto possa riferirsi a un elemento della realtà e di come lo possa fare ogni volta che l’immagine viene posta davanti ai loro occhi. Non solo, molto presto i bambini hanno cominciato anche a capire che nel nostro contesto culturale questo artefatto può essere un ponte concettuale: ogni foto infatti può essere richiamata alla memoria, ritrovata e rilanciata come fosse una parola che a sua volta “chiama” elementi della realtà, sia presenti sia assenti, li nomina e li porta in un ambito di condivisione possibile, concreta o astratta (Cecotti, 2016). Si tratta di apprendimenti complessi, informali e impliciti, che i bambini mettono in atto spontaneamente nel corso della vita quotidiana, esposti come sono a un uso massiccio e quotidiano delle fotografie. Anche se non è sempre facile leggere e capire una foto (Berger, 2014), è altrettanto vero che in alcuni casi questo canale espressivo può diventare un efficace strumento di comunicazione e di convivenza. Nell’esperienza educativa vissuta intensamente dai bambini e dalle bambine di Desio è come se le foto che essi hanno scattato per il loro compagno non contenessero solamente gli oggetti immortalati, ma che, con questi, fossero rappresentate anche le relazioni e le emozioni che gravitano intorno a quegli oggetti. La co-costruzione collettiva ha implicato sì l’azione del fotografare, ma ne ha richieste anche molte altre; la sequenza ci offre un percorso articolato e completo. Prima dello scatto i bambini hanno scelto dalla complessità del contesto che cosa poteva essere importante e significativo per loro: sono stati molto attenti nell’osservare come E. entrava in relazione con gli spazi e con gli oggetti, quali erano i giochi che preferiva, quali erano gli elementi in grado di “dire” qualche cosa di importante da comunicare per la loro vita a scuola. È stato necessario un accompagnamento graduale affinché ciascuno potesse capire il funzionamento dello strumento digitale e lo comprendesse rispetto all’obiettivo dell’azione in corso. Non è così scontato il passaggio dall’uso dello strumento fotografico come “occhio per vedere” allo strumento come “cattura immagini da stampare”. Nel primo caso abbiamo foto molto soggettive, che a volte funzionano perfettamente nello scambio, ma altre volte è necessario utilizzare una “teoria della mente” che permetta di immedesimarsi nella prospettiva visuale dell’altro. A un certo punto, dopo i primi scatti spontanei e soggettivi, i bambini hanno cominciato a decidere come posizionarsi con la macchina fotografica esplicitando l’intenzione di fare in modo che nell’inquadratura “ci stesse bene” (Falcinelli, 2020) ciò che quel bambino o bambina voleva far diventare soggetto della foto. Durante lo scatto, l’azione sul pulsante è avvenuta fisicamente, attraverso una serie di regolazioni. I bambini hanno sperimentato molto, hanno progressivamente verificato gli scatti sul display, fino a porsi il più vicino possibile al soggetto. Questa esperienza ha richiesto di mantenersi fermi rispetto a ciò che si andava fotografando, schiacciando il bottone senza muovere tutta la macchina, in modo che si potesse poi riconoscere e vedere bene ciò che si era scelto di immortalare. In quei momenti la concentrazione era massima, l’intenzionalità pure, la soddisfazione per il risultato appagava per lo sforzo fatto, la frustrazione in caso di mancata riuscita apriva ragionamenti rispetto alle modifiche da portare (“Troppo chiaro? Perché? Come devo cambiare posto?”). Anche E. ha scattato delle foto e ci ha dato modo di intuire quali fossero gli elementi di maggiore interesse per lui, per esempio l’angolo dell’acqua, dove spesso andava a bere. Dopo lo scatto, il gruppo ha operato una verifica sulla corrispondenza tra intenzioni e risultati, perciò i bambini hanno dovuto porsi collettivamente dal punto di vista di chi avrebbe guardato quelle foto. Questa fase ha richiesto capacità linguistica argomentativa (“sì, perché?; no, perché?; forse, perché?”) e un ulteriore decentramento rispetto alla prospettiva soggettiva. I bambini hanno selezionato le foto che “funzionavano meglio” per la loro efficacia rappresentativa, imparando in questo processo ad analizzare le immagini, a considerarle come codice e a prendere decisioni. E. è diventato un interlocutore decisivo nella selezione: “Guarda questa, E., che ne pensi?” e tutti erano lì ad aspettare una sua risposta; attraverso l’uso che ne faceva i bambini decidevano se inserirla o no nel pannello, oppure gliela raccontavano evocando momenti di gioco e di vita insieme. Tutti i partecipanti hanno infine investito quelle fotografie di un progressivo e ulteriore forte intento comunicativo, che prevede memoria (“Ci ricordiamo dove si trova quell’oggetto e come l’abbiamo utilizzato?”), immaginazione (“Possiamo inventarci delle altre cose da fare con esso?”), interazione e condivisione (“lo andiamo a prendere? Ci giochiamo insieme? Lo vuoi? Te lo porto?”). Il pannello di E., nel suo comporsi, scomporsi e ricomporsi nel tempo, durante l’anno e ogni anno, pare raccontare ogni volta una storia, collegando tra di loro oggetti e bambini in intrecci sempre nuovi. La dimensione dell’inclusione, intesa come convivenza delle differenze (Acanfora, 2021) trova, attraverso il linguaggio della fotografia, strade di volta in volta adatte e adattabili, suggerendoci il valore euristico ed esplorativo delle immagini fotografiche.
Ioanna Palaiologou, University of Bristol, UK.
Jacky Tyrie, Swansea University, UK.
Elisabetta Biffi, professoressa di Pedagogia Generale e Sociale, Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione “Riccardo Massa”, Università degli Studi di Milano-Bicocca.
Chiara Carla Montà, ricercatrice di Pedagogia Generale e Sociale, Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione “Riccardo Massa”, Università degli Studi di Milano-Bicocca.
BIBLIOGRAFIA
Iori V., Filosofia dell’educazione, Milano, Guerini, 2000.
Iori V., Nei sentieri dell’esistere. Spazio, tempo, corpo nei processi formativi, Trento, Erickson, 2006.
Minkowski E., Il tempo vissuto, Torino, Einaudi, 1971.
DOMANDE GENERATIVE
L’esperienza descritta determina dei cambi di posizione continui per assumere diversi punti di vista: quale domanda-guida può utilizzare l’équipe per non scivolare in un’inconsapevole cristallizzazione di processi e significati?
Nella convivenza tra famiglie, ognuna diversa a suo modo, non solo quelle con background migratorio, favorire una comunicazione multilaterale è una precisa responsabilità: cosa possiamo mutuare dall’esperienza dell’articolo?
La fotografia fissa significati ma le persone cambiano continuamente: quale libertà e quali limiti devono intrecciarsi per dare voce ai mutamenti?
Francesca Romana Grasso
BIBLIOGRAFIA
Acanfora F., La “Convivenza delle Differenze”, in “Autismo, comunicazione & inclusione”, 2021, www.fabrizioacanfora.eu/la-convivenza-delle-differenze. Agamben A., L’uso dei corpi, Milano, Neri Pozza, 2017.
Berger J., Capire una fotografia, Milano, Contrasto, 2014.
Cecotti M., Fotoeducando, Parma, Edizioni Junior-Spaggiari Edizioni, 2016.
Deligny F., I bambini e il silenzio, Bologna, Spirali, 1997. Deligny F., Una zattera sui monti, Roma, Alefbet, 1977.
Falcinelli R., Figure, Torino, Einaudi, 2020.
Lill G., Spunti sul lavoro aperto, Bergamo, Zeroseiup, 2016.