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In-comprensioni

Ridimmelo per favore

Daniela Mainetti, Elisabetta Marazzi e Alessia Todeschini

La relazione con le famiglie è uno dei capisaldi sui quali si articola e si sviluppa la progettazione dei nidi e delle scuole dell’infanzia. Gli incontri di sezione, i colloqui, le serate a tema, i laboratori, l’ambientamento e le feste sono tutti momenti salienti della vita nei servizi educativi, che le educatrici organizzano e con le quali i genitori familiarizzano progressivamente. 

Molti sono i pilastri progettuali su cui poggiano queste pratiche, per esempio la predisposizione degli spazi, la gestione dei tempi e la costruzione di una documentazione pedagogica efficace e condivisibile. Una buona progettazione dei diversi momenti di incontro facilita la costruzione del dialogo e del legame di fiducia, necessari per condividere la responsabilità educativa a favore del benessere dei bambini e delle bambine. Progettare la relazione con le famiglie, quindi, non è né semplice né immediato, in quanto è necessario un lavoro costante di lettura dei bisogni, di condivisione in équipe, di monitoraggio e valutazione delle prassi attivate per accogliere le diverse istanze familiari. Malgrado sia generalmente riconosciuto, tanto dagli educatori quanto dai genitori, il valore di un buon rapporto, legittimo e franco, tra gli adulti che si occupano a vario titolo dell’educazione dei bambini e delle bambine, alcune volte qualcosa “va storto”. Con questa rubrica vorremmo sollecitare alcune riflessioni, prima nei gruppi educativi e poi, attraverso di loro, nelle famiglie, su un ulteriore elemento insito nella relazione tra adulti nei servizi e nelle scuole dell’infanzia: la comunicazione. 

La complessità della comunicazione, che è fatta di aspetti verbali, ma anche non verbali, posturali, mimici e paraverbali, rimanda alla dimensione dell’incertezza, dei possibili fraintendimenti, degli “incidenti” comunicativi. Quante volte è capitato Ridimmelo, per favore di dover gestire un malinteso? Quante volte si lasciano in sospeso delle questioni perché non si è compreso a fondo il significato di alcune affermazioni o richieste? Quante volte, malgrado le buone intenzioni, si resta intrappolati in un fraintendimento? Quante volte non si trovano le parole? 

La prospettiva che assume Marianella Sclavi, nelle sue Sette regole dell’arte di ascoltare1, rappresenta la cornice entro la quale vorremmo collocare i nostri ragionamenti e le proposte di riflessione. L’autrice, infatti, offre un approccio interessante alla riflessione sulla comunicazione, come esercizio rivelatore delle dinamiche, delle distorsioni, e dei significati che le emozioni, i punti di vista differenti, i limiti e gli ostacoli assumono all’interno degli scambi dialogici. Sclavi pone l’accento sull’ascolto, non inteso in senso canonico, ma valorizzato come atteggiamento che permette di comprendere sé stessi, attraverso il decentramento e attraverso l’attenzione ai processi più che alle conclusioni dello scambio comunicativo. Dal suo punto di vista le distorsioni, i segnali trascurabili e fastidiosi, marginali e irritanti della comunicazione sono i più significativi, in quanto veicoli di incongruenze rispetto alle proprie certezze, rivelatori essi stessi del nostro punto di vista e di quello dei nostri interlocutori. 

La regola cruciale sulla quale vorremmo imperniare la cifra della rubrica è la settima:  

“PER DIVENIRE ESPERTO NELL’ARTE DI ASCOLTARE DEVI ADOTTARE UNA METODOLOGIA UMORISTICA. MA QUANDO HAI IMPARATO AD ASCOLTARE, L’UMORISMO VIENE DA SÉ” 

Per umorismo intendiamo la capacità di vedere contemporaneamente i diversi punti di vista delle persone coinvolte nella comunicazione attraverso una prospettiva “a volo d’angelo”. Guardare dall’alto permette di distanziarsi, di assumere una visione globale e simultanea della situazione in cui si è coinvolti con altri, permette di cogliere gli aspetti umoristici dei paradossi e delle incongruenze, permette di palesare la reciprocità degli atti e di rintracciarne le ragioni, che spesso stanno da entrambe le parti, permette, infine, di riconsiderare i malintesi e i fraintendimenti per proseguire nelle relazioni, senza trascurare i propri errori comunicativi o attribuirli ad altri. 

Le storie che racconteremo partono da fatti realmente accaduti, ai quali abbiamo aggiunto gli impliciti, i sottintesi, i pensieri e le intenzioni delle persone coinvolte, al fine di offrire occasioni per riflettere sulla complessità dei punti di vista e delle aspettative personali. Un esercizio intrigante per andare in profondità partendo dalle apparenze, spesso ingannevoli, delle relazioni mancate e delle comunicazioni non riuscite. Un modo per non arrendersi ai possibili fallimenti, per riprogettare interazioni più consapevoli, per comprendere le intenzioni degli altri, assumendo il loro punto di vista e, infine, per leggere le proprie competenze comunicative attraverso un’interpretazione delle emozioni. 

1 M. Sclavi, L’arte di ascoltare e mondi possibili, Milano, Mondadori, 2003.

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