My EduBox

Le parole dell'educazione

Narrazione

Paulo Fochi – Pedagogista, Professore e ricercatore presso Unisinos e fondatore dell’Observatório da Cultura Infantil – OBECI.

Una delle voci contemporanee più importanti del Brasile, l’indigeno Ailton Krenak, suggerisce che per rimandare la fine del mondo è necessario continuare a raccontare storie. Anche lo psicologo americano Jerome Bruner indica che raccontare storie, brevi (chroniques) o lunghe (histories), è il modo narrativo di costruire realtà, o nuovi mondi possibili. Per Bruner uno dei principali modi in cui funziona la nostra mente collettiva è attraverso l’insieme dei significati che condividiamo, cioè perché condividiamo il medesimo pensiero narrativo (Bruner, 1997; 2001). 

La proposta radicale di Bruner (2001) è quella di riconoscere nella narrazione uno dei possibili paradigmi attraverso cui produrre scienza, confutando l’idea che la razionalità logico- scientifica sia l’unico modo per spiegare il mondo e produrre conoscenza. Pertanto, voglio parlare di narrazione da due prospettive: la narrazione come modo di pensare e la narrazione come atto pedagogico. 

La narrazione è intesa come un modo di pensare e un modo di produrre significati. Quando i bambini giocano o disegnano, ad esempio, raccontano non solo quello che stanno facendo, ma anche le storie che emergono dalla loro esperienza. Per Bruner (1997, p. 17), la narrazione è la migliore strategia per accogliere l’attività mentale umana e il suo rapporto con gli strumenti della cultura, poiché “la narrazione si occupa delle vicissitudini delle intenzioni umane”, cioè aiuta i bambini e le bambine a pensare e sentire la loro esperienza nel e con il mondo in modo che possano creare versioni in cui immaginano un posto per se stessi – un mondo personale (Bruner, 2001). 

In campo pedagogico abbiamo anche esplorato la narrazione come possibilità per costruire le storie pedagogiche che realizziamo e per raccontare le storie dei bambini nella quotidianità. Raccontiamo con parole e immagini che aiutano a creare un circolo ermeneutico, andando oltre la descrizione ed espandendo la realtà come qualcosa che va non solo spiegata, ma interpretata. A questo proposito, desidero sottolineare come la documentazione pedagogica possa rappresentare una strategia narrativa per pensare, fare e raccontare l’azione pedagogica. O, meglio, come possa essere una strategia per aiutarci a raccontare e costruire la Pedagogia dell’adulto, cioè i modi in cui avviene la formazione e l’autoformazione dell’adulto, la Pedagogia del bambino, che aiuta bambino e bambina a costruire significati, e la Pedagogia dell’investigazione, che sistematizza e aiuta a elaborare il sapere prassiologico. È così che costruiamo un capitale narrativo. Goodson (2007), quando tratta di capitale narrativo, sostiene la promozione della voce dell’insegnante e non solo l’ascolto: “[…] in altre parole, il modo in cui le persone teorizzano, progettano, narrano le loro vite e le linee guida saranno un nuova forma di capitale culturale che inaugurerà una nuova modalità di riproduzione sociale” (Goodson, 2007, p. 80). Così, narrare può anche essere un modo per negoziare significati per la nostra vita e per produrre teorie, progettare futuri. E produrre questo capitale narrativo, in termini pedagogici, potrebbe essere un’alternativa di cambiamento nella misura in cui insegnanti e bambini, a scuola, si sentiranno eticamente e moralmente coinvolti nei loro discorsi, sentimenti e azioni. Forse qui sta la promessa di rimandare la fine del mondo. 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

Bruner J., A cultura da educação, Porto Alegre, Artmed, 2001.

Goodson I., Políticas do conhecimento: vida e trabalho docente entre saberes e instituições, Goiania, Cegraf, 2007.

Krenak A., Ideias para adiar o fim do mundo, São Paulo, Companhia das letras, 2019.

Scopri gli altri ruoli della PSLZero6

Attuale