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Le parole dell'educazione

Pace

Marco Annoni – Coordinatore Comitato Etico Fondazione Umberto Veronesi di Milano e Direttore rivista The Future of Science and Ethics

Nel 2005, lo scrittore David Foster Wallace tenne un celebre discorso intitolato “Questa è l’acqua” nel quale racconta la storiella di due giovani pesci che, mentre nuotano, incontrano in direzione opposta un pesce più anziano che, incrociandoli, gli dice: “Buongiorno ragazzi, com’è l’acqua?”. I due continuano a nuotare per un po’, fino a quanto uno si gira verso l’altro e chiede: “Ma cosa diavolo è l’acqua?”. Paradossalmente, più si è immersi in una realtà e più è difficile comprenderla davvero. 

Come l’acqua per i due pesci giovani, così anche per molti di noi, fino a poco tempo fa, non avrebbe avuto molto senso chiedersi che cosa fosse la “pace”. Semplicemente, perché la “pace” è stata la condizione nella quale abbiamo avuto la fortuna di nascere e trascorrere tutta la nostra vita. 

Forse è anche per questo che i recenti eventi in Ucraina ci hanno colpito così profondamente. Non solo perché la guerra è qualcosa di per sé orribile, ma anche perché ci hanno mostrato che la “pace” non è per forza qualcosa di già dato, di stabile e di sicuro. Nemmeno per noi. Anzi, basta guardare alla storia dell’umanità per accorgersi che, in realtà, in molte epoche è la pace a essere un’eccezione perché è la guerra a essere la regola. Forse, finora abbiamo vissuto solo all’interno di una parentesi. 

Eppure, rispetto al passato oggi abbiamo a nostra disposizione strumenti e conoscenze che fino a qualche secolo fa erano inimmaginabili. Sappiamo, ad esempio, che siamo una specie relativamente giovane, perché i nostri primi antenati sono comparsi circa duecentomila anni fa in Africa. E sappiamo, anche, che il nostro grande successo evolutivo – per certi versi inaspettato – lo dobbiamo non tanto alla capacità di distruggerci a vicenda, ma alla capacità di saper cooperare in modo razionale con altre persone con le quali non siamo imparentati. Inoltre, proprio grazie a quel particolare tipo di cooperazione che si traduce nella ricerca scientifica, negli ultimi decenni abbiamo scoperto e imparato moltissimo su di noi e sulla nostra natura, sul nostro genoma e i nostri cervelli. 

Abbiamo così potuto comprendere qualcosa di fondamentale, e cioè che la natura umana è altamente plastica e per questo ambivalente. Possiamo essere molto violenti, ma anche molto cooperativi. Possiamo lanciare guerre fratricide con i nostri vicini, ma possiamo anche costruire comunità composte di miliardi di individui che sono capaci di sopravvivere e prosperare in pace. Possiamo usare le più avanzate conoscenze di cui disponiamo nelle scienze della vita per sviluppare nuove armi, oppure possiamo utilizzarle per trovare nuove cure e proteggere l’ambiente. 

Soprattutto, abbiamo compreso che il nostro destino verso un esito piuttosto che verso un altro non è già scritto nei nostri geni o nel nostro cervello. In un certo senso, quindi, non abbiamo scuse, perché quello che sceglieremo nel futuro dipende, almeno in parte, da noi. La guerra non è una necessità, e non è vero, almeno così ci consente di dire la scienza, che non sia possibile costruire una società umana nella quale la pace possa rappresentare per tutti la sola condizione di vita mai conosciuta. 

Per raggiungere questo obiettivo, come mostrano gli eventi recenti, la strada è ancora molto lunga. Tuttavia, non dobbiamo smettere di credere che questo sia un obbiettivo concretamente raggiungibile, e che la parte della nostra natura votata alla cooperazione riesca a prendere il sopravvento su quella votata alla violenza, traducendosi in azioni concrete a livello individuale e politico. Sarebbe bello se, nel futuro, un bambino o una bambina di oggi, oramai divenuto/a anziano/a, potesse incontrare due giovani qualsiasi per strada e chiedergli distrattamente: “Come va la pace, ragazzi?”. 

 

 

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